Le fotografie pubblicate dallo storico commerciante eugubino Giuseppe Belardi, che mostrano Corso Garibaldi completamente deserto nella tarda mattinata del giorno del Palio della Balestra, hanno suscitato inevitabilmente commenti, polemiche e prese di posizione.
Le immagini, rilanciate da Vivo Gubbio, colpiscono perché mostrano il salotto buono della città svuotato della sua funzione naturale: quella di luogo di incontro, di commercio e di vita sociale.
Eppure sarebbe un errore fermarsi alla superficie delle cose.
Quelle fotografie non raccontano soltanto l'assenza momentanea di persone lungo il corso. Raccontano qualcosa di più profondo e di più inquietante. Raccontano una città che da anni fatica a trovare una propria collocazione economica nel mondo contemporaneo e che rischia di vivere una lenta ma costante perdita di vitalità.
La verità è che quelle immagini avrebbero potuto essere scattate in molte altre giornate dell'anno. Non rappresentano un episodio eccezionale. Sono piuttosto la fotografia di una tendenza che si manifesta con modalità diverse ma sempre più evidenti.
Per troppo tempo il dibattito pubblico si è concentrato sugli effetti e non sulle cause. Si discute del corso vuoto, dei negozi che chiudono, del centro storico che perde attrattività, senza interrogarsi abbastanza sulle ragioni profonde di questi fenomeni.
La prima e più evidente riguarda la demografia.
Gubbio perde abitanti da anni e, soprattutto, perde giovani. Ogni anno decine di ragazzi terminano il percorso scolastico o universitario e scelgono di costruire altrove il proprio futuro. Non lo fanno per mancanza di affetto verso la loro città. Al contrario, molti partono con dolore. Ma una città può chiedere amore ai propri figli soltanto fino a un certo punto. Quando mancano le opportunità lavorative, le prospettive professionali e le occasioni di crescita personale, la partenza diventa quasi inevitabile.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La popolazione invecchia, il numero delle nascite diminuisce e il tessuto sociale si impoverisce progressivamente.

In questo contesto si continua spesso a ripetere che il turismo rappresenta il futuro di Gubbio. È certamente una risorsa importante. Nessuno può negare il valore delle mostre, delle iniziative culturali, dei grandi eventi cittadini o della stessa Festa dei Ceri, che rimane uno straordinario patrimonio identitario e una manifestazione unica al mondo.
Tuttavia sarebbe illusorio immaginare che il turismo possa da solo sostenere l'economia di una città di oltre trentamila abitanti. Il turismo, soprattutto quello organizzato e “mordi e fuggi”, genera movimento, produce visibilità e crea occasioni di lavoro, ma raramente è sufficiente a costruire un sistema economico capace di trattenere giovani laureati, tecnici specializzati, professionisti e imprenditori.
Le città che crescono sono quelle che riescono ad attrarre investimenti, innovazione, imprese e competenze. Sono città che offrono opportunità concrete a chi vuole costruire una famiglia e programmare il proprio futuro.
Qui emerge forse il nodo più delicato della questione.
Al di fuori delle grandi realtà industriali che continuano a rappresentare l'ossatura economica del territorio e che operano ormai su scala internazionale, Gubbio fatica a esprimere nuove eccellenze produttive capaci di attrarre capitali e cervelli. Non si vedono nascere aziende innovative in grado di cambiare il volto economico della città. Non si percepisce la presenza di un progetto di sviluppo capace di guardare ai prossimi venti o trent'anni.
Nel frattempo si continua spesso a rifugiarsi nella celebrazione del passato. È comprensibile. Gubbio possiede una storia straordinaria, tradizioni secolari e una coesione sociale che molte altre comunità hanno ormai perduto. Ma la storia, da sola, non produce sviluppo.
Anche negli ultimi secoli dell'Impero Romano non mancavano coloro che magnificavano la grandezza di Roma mentre le province cadevano una dopo l'altra sotto il controllo dei barbari. Esiste sempre il rischio di confondere il ricordo della grandezza con la capacità di costruire il futuro.

A tutto questo si aggiunge un altro elemento raramente affrontato con franchezza. Esiste infatti una parte della popolazione che si è progressivamente adattata a una condizione di sostanziale sopravvivenza economica. Non si tratta di una colpa individuale, ma di un fenomeno sociale che merita attenzione. In un contesto dove le opportunità sono limitate, molti finiscono per accontentarsi di una rendita minima, di un impiego precario o di forme di sostegno che consentono di tirare avanti senza però generare crescita, innovazione o sviluppo.
Questa cultura dell'adattamento, comprensibile sul piano umano, finisce però per deprimere ulteriormente il panorama economico generale. Dove manca l'ambizione di costruire, investire e rischiare, inevitabilmente si riducono anche le energie necessarie per immaginare un futuro diverso.
Le fotografie di Corso Garibaldi non devono quindi essere lette come una semplice denuncia o come l'ennesimo episodio di polemica cittadina. Sono piuttosto uno specchio nel quale Gubbio dovrebbe avere il coraggio di guardarsi.
Non per indulgere al pessimismo, ma per recuperare il senso della realtà.
Perché le città non declinano quando una strada rimane vuota per qualche ora. Cominciano a declinare quando smettono di interrogarsi seriamente sul proprio futuro e preferiscono rifugiarsi nella rassicurante illusione che tutto possa continuare così com'è.
La sfida di Gubbio non è riempire il corso per un pomeriggio.
La sfida è creare le condizioni perché i suoi giovani abbiano un motivo per restare e perché altri abbiano un motivo per arrivare.
Solo allora le strade torneranno a riempirsi davvero. Non per un evento, non per una festa, non per una fotografia. Ma perché una comunità avrà ritrovato la fiducia nel proprio futuro.
(Le immagini di Corso Garibaldi sono da Vivo Gubbio)