13 Jun, 2026 - 19:30

Gubbio, 16 anni dopo la C1: dall'impresa di San Marino alla necessità di ritrovare il proprio tifo

Gubbio, 16 anni dopo la C1: dall'impresa di San Marino alla necessità di ritrovare il proprio tifo

Ci sono vittorie che valgono una promozione e altre che finiscono per cambiare il destino di un'intera comunità. Per il Gubbio, il 13 giugno 2010 appartiene alla seconda categoria. Sono passati sedici anni esatti da quella domenica che trasformò un sogno in realtà, quando i rossoblù espugnarono il campo del San Marino con un netto 2-0 nella finale di ritorno dei playoff per la promozione in C1, replicando il successo ottenuto sette giorni prima al Pietro Barbetti davanti a una città in festa.

Fu l'inizio di un'epopea sportiva irripetibile. Una cavalcata costruita con programmazione, intuizioni e competenza, sotto la guida del presidente Marco Fioriti e della coppia dirigenziale composta da Stefano Giammarioli e Gigi Simoni, autentici artefici di un modello calcistico che avrebbe portato il Gubbio a scrivere le pagine più belle della propria storia.

Quella squadra allenata da Vincenzo Torrente arrivava ai playoff dopo aver chiuso il campionato al terzo posto, alle spalle della Lucchese, promossa direttamente con tredici punti di vantaggio sugli eugubini, e del San Marino, distante dodici lunghezze dai toscani. Eppure, proprio nei momenti decisivi, il Gubbio mostrò tutta la propria forza mentale.

Dopo il 2-0 maturato all'andata al Barbetti, la trasferta in terra sammarinese non fu una semplice formalità. Al contrario, rappresentò l'ultimo ostacolo verso un traguardo inseguito per anni. A trascinare i rossoblù ci pensarono il rigore trasformato da Marotta al 14' e il sigillo di Casoli nella ripresa, reti che fecero esplodere di gioia oltre duemila tifosi eugubini presenti sugli spalti. Un'impresa figlia della visione, della programmazione e soprattutto di un ambiente che remava compatto nella stessa direzione.

Dall'abbraccio di San Marino alla distanza di oggi: il Gubbio deve ritrovare la sua gente

Guardando oggi le immagini di quella trasferta a San Marino, la sensazione è quasi straniante. Non sembra passato soltanto del tempo: sembra cambiato completamente il mondo che circonda il Gubbio.

Le fotografie raccontano più di qualsiasi statistica. Da una parte ci sono oltre duemila tifosi eugubini che invadono pacificamente San Marino, colorano gli spalti e accompagnano la squadra verso la promozione. Dall'altra c'è il presente, con un Barbetti troppo spesso semivuoto e numeri che raccontano una frattura sempre più evidente tra società e piazza.

È vero che i risultati aiutano ad alimentare entusiasmo e partecipazione. Tuttavia, il dato che dovrebbe far riflettere è un altro: negli ultimi anni il Gubbio, pur disputando stagioni in Serie C e lottando in due occasioni nelle zone alte della classifica, non è riuscito a riaccendere la passione popolare ai livelli del passato.

La gestione attuale appare agli occhi di una parte consistente della tifoseria sempre più distante dal sentimento della città. In numerose gare casalinghe gli spettatori presenti sono stati inferiori alle mille unità. Numeri difficili da accettare per una realtà che può contare su un bacino di circa trentamila abitanti e che, per tradizione, ha sempre vissuto il calcio come elemento identitario.

Anche il colpo d'occhio dello stadio contribuisce ad alimentare questa sensazione di distacco. La tribuna riservata ai tifosi locali è distante oltre dieci metri dal terreno di gioco, mentre il settore ospiti è praticamente a ridosso del campo. Con affluenze così basse, il Gubbio finisce spesso per disputare le proprie partite in un clima freddo, quasi neutrale, perdendo quel fattore ambientale che un tempo rappresentava un'arma in più.

Eppure gli esempi positivi non mancano proprio nel territorio eugubino. Realtà molto più piccole, impegnate nei campionati dilettantistici, sono riuscite a costruire rapporti profondi con le rispettive comunità. La Pietralunghese e il Padule hanno saputo creare senso di appartenenza, partecipazione e vicinanza, dimostrando come non sia la categoria a determinare il coinvolgimento emotivo di una piazza. La differenza la fanno le idee, la comunicazione, la capacità di includere il territorio all'interno di un progetto condiviso.

Per questo il Gubbio si trova oggi davanti a un bivio. Continuare lungo una strada che rischia di allargare ulteriormente la distanza con il proprio popolo oppure cambiare approccio, tornando ad ascoltare la città, coinvolgendola e facendola sentire parte integrante del percorso.

Sedici anni fa il Gubbio era una cosa sola con i suoi tifosi. Le vittorie erano il prodotto finale di un legame autentico che univa squadra, società e territorio. Oggi, tra ambizioni sportive ancora da definire e una crescente indifferenza del tessuto sociale, il futuro appare più incerto.

Ma una certezza resta immutata. Il calcio senza tifosi è una scatola vuota. E forse il ricordo più bello di quel 13 giugno 2010 non è soltanto il rigore di Marotta o il gol di Casoli. È l'immagine di oltre duemila eugubini stretti attorno alla propria squadra, consapevoli che quella maglia rappresentava qualcosa di più di novanta minuti. È da lì che il Gubbio deve ripartire. Perché le promozioni si possono dimenticare. L'amore di un popolo, invece, va custodito ogni giorno.

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Lorenzo Farneti
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