Salvare un bambino nel mezzo della ritirata tedesca, mentre i carri armati russi avanzavano e la guerra divorava ogni cosa. In quell’istante, nel caos assoluto del fronte orientale, Michelangelo Onigi compì un gesto che ancora oggi, a distanza di oltre ottant’anni, rappresenta per lui il ricordo più luminoso di una vita attraversata dall’orrore.
Onigi ha da poco compiuto 105 anni. Originario di Ceccano, in provincia di Frosinone, vive da molti anni in Umbria, a Orvieto, nella frazione di Ciconia. In vista della Giornata della Memoria del 27 gennaio, ha affidato all’ANSA il racconto di una storia che attraversa la tragedia del Novecento e parla direttamente al presente.

Il ricordo emerge improvviso, nitido, come se il tempo non fosse mai passato.
“Sentii piangere, mi avvicinai e vidi il bambino. I genitori erano morti, colpiti da una granata”, racconta. “Lo presi in braccio, stringendolo e baciandolo. Smise subito di piangere. È un ricordo che non dimenticherò mai”.
Era il tempo della ritirata tedesca, della terra bruciata, dei villaggi distrutti. Attorno, la guerra avanzava come una macchina cieca, mentre l’umanità sopravviveva soltanto nei gesti individuali.
Quel bambino, salvato tra le macerie, rappresenta per Onigi la prova che anche nell’abisso più profondo può resistere un frammento di luce.
La sua storia, però, è segnata soprattutto dalla prigionia. Durante la Seconda guerra mondiale Michelangelo Onigi fu fatto prigioniero dai tedeschi. Il primo trasferimento avvenne al Pireo, vicino ad Atene, poi la deportazione verso la Germania.
Il suo destino fu quello di migliaia di italiani catturati dopo l’8 settembre: vagoni piombati, fame, violenza, annullamento della persona.
Venne internato nel campo di Buchenwald e successivamente in altri lager. “Quando arrivai lì – ha ricordato – i miei amici erano tutti scheletriti”. Un’immagine che ancora oggi riassume l’impatto devastante con l’universo concentrazionario.
Il racconto di Onigi è lucido, preciso, privo di enfasi. La memoria, nonostante l’età, conserva ogni dettaglio.
Parla delle trincee scavate a forza per rallentare l’avanzata dei carri armati russi, del freddo, della fame costante, della raccolta delle patate come unica possibilità di sopravvivenza. Ogni giornata era una lotta contro il corpo che cedeva e contro la mente che rischiava di spezzarsi.
La vita nei campi non lasciava spazio alla speranza, se non quella di resistere un giorno in più.
Accanto al bambino salvato, esiste però un’altra immagine che Onigi porta dentro come una ferita mai rimarginata.
“Quando non eravamo più prigionieri – ha raccontato – arrivarono le SS che volevano arruolare ragazzi di 15, 16, 17 anni”. I giovani si rifiutarono. La risposta fu immediata e brutale.
“Li uccisero e li appesero con un filo. Restarono lì per tre giorni. Rimasi a bocca aperta”.
Un’esecuzione esemplare, pensata per spezzare ogni residuo di dignità e di resistenza. Una scena che, più di ogni altra, testimonia l’abisso morale del nazismo.
Dopo la fine del conflitto, Michelangelo Onigi riuscì a tornare in Italia. Come molti sopravvissuti, dovette imparare a convivere con ciò che aveva visto.
Scelse di ricostruire la propria vita diventando agente di polizia, servendo lo Stato democratico nato dalle macerie della guerra. Un percorso di riscatto silenzioso, senza mai cercare protagonismo.
Il ricordo, però, non lo ha mai abbandonato.

Le sue parole oggi sono semplici, ma definitive.
“La guerra non la vince nessuno”, afferma con fermezza. “La guerra fa ribrezzo”.
Un giudizio che non appartiene solo al passato, ma che Onigi estende anche al presente. Ucraina, Palestina, Iran: conflitti diversi, stessa sofferenza.
“Non guardo più la televisione”, confessa. “Non guardo quello che accade nel mondo. Mi fa male, mi fa dolore”.
Nel racconto di Michelangelo Onigi la Giornata della Memoria ritrova il suo significato più autentico. Non celebrazione, non ritualità, ma responsabilità.
Ricordare non serve a guardare indietro, ma a impedire che l’orrore si ripresenti sotto altre forme. Le sue parole, pronunciate a 105 anni, hanno il peso di una verità vissuta.
Nel gesto di quel bambino salvato nel mezzo della guerra c’è il senso ultimo della memoria: difendere l’umanità quando tutto intorno cerca di cancellarla.