Per le famiglie di Terni, San Gemini, Magliano Sabina, ma anche di Roma e Monterotondo, tra il 2020 e il 2021 la notte era diventata il momento della paura. Un’ombra si muoveva tra i centri abitati e le periferie, forzava finestre, scavalcava recinzioni, faceva razzia di ori e ricordi. Un incubo collettivo che oggi, a distanza di anni, trova il suo punto fermo e definitivo. La Corte di Cassazione ha messo il sigillo sulla vicenda, confermando la condanna per A.B. , cittadino albanese ritenuto il protagonista di una lunga scia di furti in appartamento. La Quinta sezione penale (presidente Rossella Catena, relatore Mario Morra) ha infatti rigettato il ricorso della difesa, rendendo definitiva l’accusa per 18 episodi tra consumati e tentati. Una sentenza che arriva dopo un iter giudiziario complesso - dal Tribunale di Terni alla Corte d’appello di Perugia - e che poggia su un impianto probatorio solido come il cemento: tabulati telefonici, intercettazioni, videocamere di sorveglianza e gli occhi degli investigatori che hanno seguito le tracce del “lavoro” notturno del ladro. In aula a Roma, il sostituto procuratore generale Nicola Lettieri aveva già chiesto il rigetto, mentre i legali Francesco Mattiangeli e Alessandro De Federicis hanno tentato fino all’ultimo di smontare l’accusa, senza riuscirci.
Il terrore, per decine di famiglie, iniziava al calare del sole. Tra l’ottobre del 2020 e il maggio del 2021, i carabinieri e la polizia iniziano a collezionare denunce che arrivano da un territorio sempre più vasto: si parte da Terni, si passa per San Gemini, si scende nel Lazio a Magliano Sabina, Riano, Forano, e si arriva fino a Roma. Il modus operandi è sempre lo stesso: colpi in fascia serale o notturna, abitazioni isolate o semindifese, via con i gioielli. Ma i ladri non sanno che, mentre loro si muovono nell’ombra, la Procura di Terni sta già tessendo la tela.
Le indagini, coordinate in prima battuta dal Tribunale di Terni, si avvalgono di uno strumento che si rivelerà letale per la banda: le celle telefoniche. A.B., che vive in Italia e si sposta per lavoro nel settore delle auto usate, vede i suoi movimenti registrati dai tabulati. Non solo. In alcune conversazioni intercettate, lui e i complici parlano senza troppi giri di parole. In piena notte, mentre la città dorme, discutono dei colpi in corso e dell’organizzazione. La frase che diventerà la chiave di volta del processo è una, agghiacciante nella sua semplicità: “andiamo a lavoro”. Un’espressione gergale che, nel lessico degli inquirenti, non lascia spazio a interpretazioni.

Il primo banco di prova arriva con la raffica del 2 dicembre 2020. Quattro furti in poche ore, tutti in località vicine. In uno di questi, un vicino di casa vede i ladri scappare e salire a bordo di un’Alfa 156. L’auto viene intercettata, e uno degli occupanti viene riconosciuto dagli agenti in A.B. . Il telefono dell’albanese, in quelle ore, aggancia proprio le celle compatibili con la fuga. Gli investigatori troveranno nell’abitacolo arnesi da scasso. Un mosaico che, per i giudici, non lascia scampo.
Davanti alla mole di prove, la difesa ha tentato la strada della Cassazione con quattro motivi di ricorso ben precisi. Gli avvocati Mattiangeli e De Federicis hanno puntato il dito proprio contro il cuore dell’indagine: i tabulati. Secondo la difesa, la condanna si reggeva quasi esclusivamente sulla presenza del loro assistito nelle zone dei furti, desunta dai telefoni, e non su prove dirette come il riconoscimento o la flagranza. Un vizio di motivazione, lo hanno definito, che non avrebbe superato il ragionevole dubbio.
Ma il nodo cruciale era un altro: la disciplina dei tabulati. Con la legge 178 del 2021, il Parlamento ha introdotto nuove regole per l’utilizzo di questi dati. La difesa sosteneva che la Corte d’appello di Perugia avesse fatto un uso improprio di quei numeri, in assenza di “altri elementi di prova” che li corroborassero, come invece richiederebbe la nuova normativa transitoria. Non solo. I legali hanno contestato l’acquisizione al processo di atti di polizia giudiziaria (come le relazioni di servizio e i pedinamenti), ritenendoli atti ripetibili e quindi da concordare con la difesa. Infine, hanno bollato come poco chiara la motivazione sulla pena in continuazione, chiedendo una distinzione più netta tra i vari episodi.
La risposta della Suprema Corte, depositata con la sentenza numero 8575 del 4 marzo 2026, è stata un muro di gomma contro cui il ricorso si è infranto. I giudici romani, nel loro ragionamento, hanno ripercorso uno a uno i passaggi, respingendo ogni censura.
Sul fronte caldo dei tabulati, la Cassazione ha chiarito che la nuova legge non solo non vieta l’uso dei dati, ma anzi li considera pienamente utilizzabili per i reati più gravi, a patto che siano valutati “unitamente ad altri elementi di prova”. Ed è qui che il cerchio si stringe attorno ad A.B. . Perché i tabulati, da soli, forse non sarebbero bastati. Ma nel fascicolo processuale c’erano anche le immagini delle telecamere, le intercettazioni, i riconoscimenti visivi degli operatori di polizia giudiziaria e le localizzazioni GPS dei veicoli.
Un passaggio chiave della sentenza riguarda proprio la sequenza del 2 dicembre 2020: un mosaico perfetto in cui la testimonianza, l’avvistamento dell’auto, il ritrovamento degli arnesi da scasso e la cella telefonica combaciano alla perfezione. Così come per i furti del 22-23 aprile 2021, quando gli inquirenti attivarono il servizio di “positioning” sull’utenza di A.B. . In quei giorni, l’imputato spense il suo numero “ufficiale” e iniziò a usare una scheda intestata a un prestanome. Un comportamento che, agli occhi dei giudici, suona come una chiara ammissione di colpevolezza.
“Appare inverosimile - scrivono i giudici - che ben 18 furti in abitazione coincidano con i movimenti di un operatore del settore auto usate, soprattutto in tarda sera o notte”. La difesa aveva tentato di giustificare gli spostamenti con l’attività di compravendita di auto, ma la Corte l’ha definita una tesi “generica e non credibile”.

Un ultimo tassello riguarda la procedura. La difesa si era lamentata dell’uso degli atti di polizia giudiziaria, ma la Cassazione ha colto l’occasione per ribadire un principio importante: i verbali di osservazione e pedinamento, quando descrivono situazioni dinamiche e in mutamento (come un inseguimento o un appostamento), sono da considerarsi atti irripetibili. Di conseguenza, entrano di diritto nel fascicolo del dibattimento senza bisogno del consenso delle parti.
Sulla pena, infine, i giudici hanno dato ragione alla Corte d’appello di Perugia. Gli aumenti per i reati satellite - due mesi e 40 euro per ogni furto consumato, venti giorni e 20 euro per ogni tentativo - sono stati giudicati contenuti e proporzionati. La motivazione, secondo la Suprema Corte, rispetta i criteri indicati dalle Sezioni Unite “Pizzone”, che richiedono di determinare e motivare separatamente gli aumenti, soprattutto quando questi sono contenuti come nel caso di specie.
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, e la condanna per quei 18 colpi, messi a segno o solo tentati tra Umbria e Lazio, è ormai definitiva. Per le famiglie che per mesi hanno vissuto con il terrore di rientrare a casa e trovare la porta sfondata, la giustizia ha chiuso il cerchio. La frase “andiamo a lavoro” resta agli atti come la prova regina di un’indagine condotta con gli strumenti moderni: quelli che, partendo da una cella telefonica, arrivano dritti al cuore di un’organizzazione criminale.