28 Mar, 2026 - 15:00

Fuga dei cervelli, l’Umbria frena le perdite con l’Italia ma crolla verso l’estero: 572 laureati in meno in un anno

 Fuga dei cervelli, l’Umbria frena le perdite con l’Italia ma crolla verso l’estero: 572 laureati in meno in un anno

L’Umbria riesce a contenere l’emorragia di giovani talenti verso Milano, Roma o Bologna, ma scopre di essere ancora più esposta alla forza di attrazione di Londra, Berlino o Zurigo. I numeri consegnano un paradosso amaro. Nel 2024, per la prima volta dopo anni, il saldo dei trasferimenti di residenza dei laureati con il resto d’Italia si stringe, passando da un rosso pesante come quello del 2023 a un passivo molto più ridotto. Eppure, il bilancio finale della mobilità è ancora in forte sofferenza: il saldo complessivo tra entrate e uscite è di -572 laureati. A pesare è la vera ferita dell’anno, quella che si apre con l’estero, dove il deficit tocca quota -449, un livello di emorragia di competenze che non si vedeva da almeno un decennio.

È il racconto di due anime opposte che emerge dagli ultimi dati Istat sulla migrazione dei laureati italiani, analizzati dalla Camera di Commercio dell’Umbria. Da un lato, una regione che sembra arginare la fuga verso il Centro-Nord, quasi a suggerire che l’attrattività interna stia timidamente riequilibrandosi. Dall’altro, un dato internazionale che esplode: 623 giovani specialisti e professionisti hanno deciso di trasferire stabilmente la loro residenza oltre confine, un flusso quasi raddoppiato rispetto al 2023. La regione, insomma, tampona una falla ma ne vede aprirsi un’altra, più profonda, sotto la linea di galleggiamento.

Una tendenza che, inserita nel drammatico declino demografico dell’Umbria, smette di essere un mero dato statistico per diventare una vera e propria questione di sopravvivenza economica. “L’Umbria non può limitarsi a registrare le partenze dei suoi laureati: deve costruire, con lucidità e continuità, le condizioni perché restare diventi una scelta credibile, solida e persino competitiva”, avverte Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria.

Questo significa, come sostengo da tempo, realizzare un’iniziativa comune tra istituzioni, università, sistema delle imprese e autonomie territoriali, capace di valorizzare chi decide di investire qui le proprie competenze”, spiega Mencaroni. “Questo tavolo operativo è bene che si avvii il prima possibile, per analizzare la situazione e progettare un intervento concreto mirato e consapevole. Trattenere capitale umano qualificato non è una questione simbolica, ma una priorità economica e civile: vuol dire rafforzare innovazione, lavoro di qualità, attrattività e possibilità di crescita per l’intera regione. È da qui che passa una parte decisiva del futuro dell’Umbria”.

Il miglioramento nei confini nazionali non basta a sanare il conto: un rosso che si restringe ma dura da nove anni

Il dato che sorprende, analizzando la mobilità interregionale, è la rapidità della correzione. Nel 2023, l’Umbria aveva toccato il fondo con un saldo negativo di -421 laureati rispetto al resto d’Italia, il peggior risultato mai registrato. Dodici mesi dopo, il quadro appare meno drammatico: gli arrivi in Umbria da altre regioni sono stati 1.422, mentre le partenze 1.545. Il risultato è un rosso di -123, un miglioramento netto che riporta l’indicatore verso valori più fisiologici, sebbene ancora lontani da quei saldi positivi che la regione riusciva a conseguire prima del 2016.

È un segnale che merita attenzione. Sembra indicare che, per alcuni laureati umbri o per chi decide di trasferirsi in Umbria, il confronto con le opportunità offerte da altre realtà italiane stia diventando meno impari. Tuttavia, il giudizio deve restare prudente. Si tratta del nono anno consecutivo in cui il saldo interregionale rimane negativo. La capacità dell’Umbria di fungere da polo attrattivo per i talenti interni al Paese, che in passato compensava almeno in parte le fughe verso l’estero, oggi appare strutturalmente indebolita.

Ma il vero ribaltamento di prospettiva arriva quando si allarga lo sguardo ai confini nazionali. Lì, dove il dato si fa internazionale, la tendenza inverte completamente la rotta.

Il crollo del saldo estero: 623 partenze, la fuga silenziosa delle generazioni centrali

Mentre il fronte interno migliora, il fronte esterno collassa. I numeri raccontano una fuga silenziosa ma inarrestabile. Nel 2024, i laureati italiani residenti in Umbria che hanno scelto di trasferirsi stabilmente all’estero sono stati 623, contro i 446 del 2023. Un balzo in avanti di quasi 180 unità in un solo anno. Di contro, i rientri dall’estero in Umbria sono diminuiti, passando da 202 a 174. Il risultato è un saldo internazionale di -449, più che raddoppiato rispetto al -244 dell’anno precedente.

È questo il dato più preoccupante nel lungo periodo. Se si allarga l’orizzonte all’ultimo decennio, la crescita delle partenze è impressionante: tra il 2014 e il 2024, i laureati umbri trasferitisi all’estero sono aumentati del 132,5 per cento, passando da 268 a 623. Un incremento che, seppur di poco inferiore alla media nazionale (+145,1%), è quasi doppio rispetto all’aumento dell’emigrazione complessiva della popolazione umbra, fermo al 75,6 per cento. In altre parole, i laureati non solo emigrano di più, ma mostrano una propensione a lasciare il territorio quasi doppia rispetto al resto della popolazione.

A rendere strutturale il problema è anche la composizione per età di chi parte. I dati Istat rivelano che oltre il 55 per cento di coloro che abbandonano l’Umbria per l’estero ha un’età compresa tra i 25 e i 34 anni. Un altro 34,7 per cento ha tra 35 e 64 anni. Si tratta della fascia demografica più preziosa per il sistema produttivo: quella in cui si costruiscono le carriere, si avviano le imprese, si mettono su famiglie e si definiscono i percorsi di specializzazione professionale. Perdere questa componente significa impoverire non solo il presente, ma anche la capacità di innovazione e ricambio generazionale del futuro.

Il declino demografico che amplifica la fuga dei cervelli in Umbria

Questo esodo di massa si inserisce in un quadro demografico già segnato da anni di contrazione. Tra il 2019 e il 2025, la fascia di età 25-45 anni, considerata il nucleo centrale della forza lavoro attiva, ha subito una riduzione del 12,5 per cento in Umbria. In termini assoluti, si sono persi oltre 27.332 residenti in questa fascia, con la provincia di Terni che registra il dato più allarmante: -14,3 per cento in dieci anni. Una vera e propria desertificazione del capitale umano nel cuore produttivo della regione. Nel complesso, nel post-Covid l’Umbria ha perso il 2,5 per cento della popolazione totale, cioè 22.271 abitanti, contro una media nazionale del 1,5 per cento.

Dentro questa cornice, i dati Istat del 2024 acquistano un significato ancora più netto. La regione non perde solo residenti. Perde, in misura crescente, anche una parte qualificata della popolazione che dovrebbe sostenere lavoro, innovazione, impresa e capacità di sviluppo.

Per Giorgio Mencaroni, il dato del 2024 deve servire da spartiacque. “Trattenere capitale umano qualificato non è una questione simbolica, ma una priorità economica e civile”, ribadisce il presidente della Camera di Commercio. “Vuol dire rafforzare innovazione, lavoro di qualità, attrattività e possibilità di crescita per l’intera regione”. L’appello è a tradurre l’allarme in azione, superando la frammentazione degli interventi per costruire una strategia comune capace di invertire una tendenza che, se non arginata, rischia di compromettere in modo irreversibile la competitività e la tenuta sociale del territorio. Perché dietro ai numeri del 2024 - quei 572 laureati in meno - non ci sono solo statistiche, ma il futuro economico di un’intera regione.

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Federico Zacaglioni
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