I numeri, chiari e inequivocabili, arrivano dopo oltre un anno di rilevazioni capillari e silenziose. A parlare è la scienza, con l’autorità di chi ha misurato tutto, dall’aria ai capelli dei cittadini. Fonderie di Assisi, storico stabilimento del settore automotive, non rappresenta una minaccia per la salute dei suoi dipendenti né per quella della comunità che vive ai suoi confini. È l’esito della complessa ricerca finanziata da INAIL e realizzata da un consorzio di atenei ed enti pubblici, uno studio che nel panorama nazionale non ha eguali per ampiezza e metodo. Un verdetto che sgombra il campo da anni di polemiche e sospetti, consegnando alla città di San Francesco un quadro di rassicurante normalità.
L’azienda, certificata ISO 14000 e parte di un gruppo da 300 dipendenti, aveva scelto di esporsi volontariamente a questo scrutinio, aprendo completamente le porte dei suoi reparti. Una mossa dettata dalla volontà di sostituire le chiacchiere con i dati. “Abbiamo aderito con convinzione a questo progetto perché crediamo che la trasparenza scientifica sia l’unica base per un dialogo serio con il territorio”, spiega un portavoce aziendale. La ricerca, presentata pubblicamente lo scorso 16 dicembre, ha infatti seguito un doppio binario, incrociando l’analisi ambientale con quella biologica su un campione significativo di persone.
Il cuore del progetto, finanziato dall’INAIL nell’ambito del Bando BRiC 2022, è stata la sua architettura integrata. Per più di dodici mesi, da gennaio 2024 alla primavera 2025, un team di ricercatori ha messo sotto osservazione non solo l’aria, ma gli esseri umani stessi. Sono state allestite 15 postazioni fisse di monitoraggio ambientale attorno allo stabilimento e nel territorio, armate di strumenti in grado di catturare e analizzare oltre 100 parametri differenti: dal particolato PM10 a una vasta gamma di composti organici volatili, dal benzene a metalli pesanti come nichel, cromo e piombo.
Parallelamente, è partita la campagna di monitoraggio biologico, che ha trasformato il progetto in qualcosa di profondamente personale. 177 persone hanno acconsentito a donare campioni di sangue, urine e capelli. Tra loro, operai della fonderia, artigiani delle ceramiche artistiche di Deruta – inclusi come gruppo di controllo per confrontare esposizioni a polveri di diversa natura – e cittadini residenti nelle frazioni di Santa Maria degli Angeli e Bastia Umbra. “Volevamo una fotografia reale e completa, non ci siamo limitati ai confini dello stabilimento”, chiarisce il professor Giovanni Antonini, coordinatore della ricerca per il Dipartimento di Biologia Ambientale de La Sapienza. “Il confronto tra dati ambientali e biologici è la chiave per una valutazione solida e credibile”.
Il lavoro sul campo, meticoloso e discreto, ha generato una mole impressionante di dati. Ogni numero è stato poi passato al setaccio dei laboratori delle università romane e del CNR, in un processo di validazione incrociata che ha lasciato poco spazio al caso. L’obiettivo era semplice nella sua ambizione: stabilire con precisione assoluta se l’attività industriale lasciasse un’impronta misurabile e pericolosa sulla salute delle persone e sulla qualità dell’ambiente in cui vivono.
I fogli di calcolo e i grafici presentati a dicembre raccontano una storia di ordinaria amministrazione, nel senso più rassicurante del termine. Tutti i valori rilevati, sia in ambiente di lavoro che nell’aria esterna, sono ampiamente entro i limiti di legge. Prendere il benzene come esempio è illuminante: all’interno dello stabilimento la concentrazione media è stata di 0,9 microgrammi per metro cubo, una cifra che non solo è ben al di sotto del limite legale di 5 µg/m³, ma che è sostanzialmente identica a quella respirata in altre zone del comune, dove oscilla tra 0,6 e 1,3 µg/m³. Un dato che smentisce qualsiasi ipotesi di picco localizzato attribuibile all’attività produttiva.
Le analisi sui metalli pesanti e sugli altri microinquinanti raccontano la stessa storia: nessuna anomalia, nessun superamento. I risultati preliminari del biomonitoraggio su sangue e urine dei lavoratori e dei residenti confermano questo quadro, senza evidenziare alcuna correlazione tra esposizione ambientale e concentrazioni anomale nell’organismo. “I risultati rendono merito al percorso di controlli serrati condotti negli anni dalle autorità pubbliche e agli investimenti aziendali”, commenta Marco Rossi, responsabile del Dipartimento di Prevenzione della ASL Umbria 1. “Dimostrano che un’attività manifatturiera, quando è sottoposta a rigidi standard e a una cultura della sicurezza, può integrarsi in un territorio sensibile”.
Per Fonderie di Assisi, lo studio non è un punto di arrivo, ma una piattaforma di partenza. L’azienda è già impegnata in progetti di ricerca europei focalizzati sulla decarbonizzazione dei processi, come “Green Casting Life”. “Questi risultati ci caricano di responsabilità”, conclude l’Amministratore Delegato. “Ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta, ma che dobbiamo continuare a investire in innovazione, efficienza e sostenibilità, in partnership con il mondo della ricerca. La licenza ad operare oggi si rinnova giorno per giorno, attraverso i fatti”. In un’epoca di transizione ecologica, la vicenda umbra offre un caso di studio: quello di un’industria che ha scelto di farsi misurare dalla scienza, e ha trovato, nei numeri, la propria legittimità.
INAIL – Dipartimento di Medicina, Epidemiologia, Igiene del Lavoro e Ambientale (DIMEILA) – Finanziatore del progetto (Bando BRiC 2022 – ID 52).
Dipartimento di Biologia Ambientale, Sapienza Università di Roma - Coordinamento della ricerca.
Dipartimento di Chimica, Sapienza Università di Roma.
CNR – Istituto sull'Inquinamento Atmosferico.
Dipartimento di Prevenzione, ASL Umbria n. 1.
Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche, Università degli Studi di Roma Tor Vergata.