07 Aug, 2025 - 16:08

Fipac Umbria smonta il mito della pensione serena: ecco cosa dicono i dati INPS

Fipac Umbria smonta il mito della pensione serena: ecco cosa dicono i dati INPS

Fipac Confesercenti Umbria ha messo le mani sui dati del XXIV Rapporto annuale INPS e ne viene fuori un quadro che non fa sconti: pensionati umbri e italiani stretti tra pensioni basse, invecchiamento e un sistema che arranca.

Salari diseguali, età di uscita dal lavoro sempre più alta e un conto salato sulle spalle dello Stato. L’Umbria, con la sua popolazione anziana e pochi giovani al lavoro, incarna perfettamente questo squilibrio.

Disuguaglianze nelle pensioni in Umbria: i dati INPS analizzati da Fipac

L’Ufficio di presidenza di Fipac Umbria ha esaminato i dati nazionali INPS mettendo in luce forti squilibri nel sistema previdenziale. Le donne costituiscono il 51% dei pensionati, eppure percepiscono solo il 44% del totale dei redditi da pensione, segno di un divario di genere ancora marcato. In media, un pensionato uomo incassa circa 2.142 euro lordi al mese, ben il 34% in più di una pensionata donna (1.595 euro).

Differenze rilevanti emergono anche tra le varie categorie di lavoratori. Il Fondo pensioni lavoratori dipendenti (che copre il 47% dei trattamenti) garantisce un assegno medio di 1.408 euro mensili lordi. La Gestione autonoma degli artigiani e commercianti (30% delle pensioni) si ferma invece a 942 euro. Spicca la gestione dei lavoratori pubblici: pur rappresentando solo il 19% del totale, assicura pensioni medie di ben 2.221 euro al mese. Questo significa che un ex dipendente pubblico in Umbria e in Italia può contare, in media, su un assegno doppio rispetto a quello di un commerciante o agricoltore.

Anziani umbri costretti a lavorare anche dopo la pensione: ecco perché

Le disparità negli importi si riflettono in comportamenti diversi dopo il pensionamento. Secondo l’analisi di Fipac, quasi un pensionato su cinque tra commercianti e artigiani (19,2%) continua a lavorare nonostante l’età, e la percentuale sale al 21,6% nel settore agricolo, dove le pensioni sono tradizionalmente le più basse. Al contrario, tra gli ex dipendenti pubblici e privati il fenomeno è pressoché inesistente. Molti anziani imprenditori, dunque, restano in attività per necessità economica: spesso il lavoro post-pensione consente loro di quasi raddoppiare il reddito mensile rispetto alla sola pensione.

Non si tratta solo di soldi. La Fipac Umbria evidenzia che a incidere è anche l’età di uscita dal lavoro: chi va in pensione relativamente giovane ha più energie e opportunità per proseguire un’attività lavorativa. In effetti, l’79% degli ex artigiani e commercianti che lavorano dopo la pensione rimane nel proprio settore di sempre (così come l’85% degli ex agricoltori), spesso continuando l’azienda di famiglia o la propria bottega. Su questa scelta pesa inoltre la carenza di ricambio generazionale: molti anziani proseguono perché non hanno un giovane a cui passare il testimone, sia in famiglia sia nel mercato del lavoro. Il risultato è una presenza crescente di over 65 ancora attivi, soprattutto nel piccolo commercio, nell’artigianato e nell’agricoltura, settori vitali per l’economia umbra.

Età pensionabile in aumento e sistema sotto pressione

Dai dati INPS arriva un segnale importante: si va in pensione più tardi. Nel 2024 l’età media effettiva di accesso alla pensione ha raggiunto i 64,8 anni, in crescita rispetto ai 64,2 anni dell’anno precedente. Questo aumento è dovuto al giro di vite sugli scivoli pensionistici (ad esempio la recente “Quota 103”, che ha introdotto criteri più stringenti) e agli incentivi a restare al lavoro più a lungo. Nonostante ciò, si lascia ancora il lavoro prima dell’età di vecchiaia prevista per legge: in media 67,2 anni per la pensione di vecchiaia ordinaria contro circa 61-62 anni per chi sfrutta pensionamenti anticipati.

L’innalzamento graduale dell’età pensionabile è considerato dagli esperti una condizione necessaria per preservare l’equilibrio finanziario del sistema. Nel 2024 la spesa per pensioni ha sfiorato i 355 miliardi di euro, confermandosi la principale voce del bilancio pubblico italiano. I pensionati nel paese sono oltre 16,3 milioni (di cui circa 8,4 milioni donne) e il sistema pensionistico pubblico, pur ritenuto attualmente solido dall’INPS, dipende da un adeguato rapporto tra attivi e ritirati. Con una popolazione che invecchia e forze lavoro in calo, il Rapporto Inps invita alla prudenza: eventuali nuove misure di pensionamento anticipato sull’onda del consenso politico potrebbero mettere a rischio la sostenibilità di lungo periodo del sistema. In altri termini, senza sufficienti giovani lavoratori a finanziare le pensioni degli anziani, lo stato sociale potrebbe trovarsi sotto pressione crescente negli anni a venire.

In Umbria più pensionati che lavoratori: cosa dicono i numeri

Il quadro delineato assume in Umbria contorni ancora più accentuati. La popolazione umbra sta invecchiando: si contano circa 230 mila ultra 65enni residenti e, secondo Fipac, ben 129 mila anziani vivono da soli – il 60,5%, la percentuale più alta tra tutte le regioni italiane. Ciò significa bisogni assistenziali crescenti e reti familiari più fragili. La stessa UIL Pensionati Umbria ha lanciato l’allarme sottolineando che nella nostra regione i pensionati hanno ormai superato i lavoratori attivi, uno squilibrio demografico ed economico definito “devastante” nelle sue potenziali conseguenze.

Un impatto concreto di queste tendenze si vede nella difficoltà delle famiglie nel gestire e sostenere la cura degli anziani. In Umbria risultano iscritti all’INPS oltre 17 mila lavoratori domestici (badanti e colf), ma molti pensionati non possono permettersi un aiuto regolare. Stipendi e pensioni non adeguati spingono infatti a soluzioni informali: a livello nazionale oltre 3,2 milioni di pensionati vivono con meno di 10.000 euro l’anno e più dell’80% dichiara redditi annui sotto i 30 mila euro. Con assegni così bassi, attivare un’assistenza privata regolare diventa proibitivo e il rischio è il ricorso al lavoro nero o, peggio, la rinuncia alle cure.

Le implicazioni sociali ed economiche di questa situazione sono rilevanti. Un numero crescente di anziani soli e con risorse limitate significa maggiore domanda di servizi sociali pubblici, sanità e sostegni al reddito. Allo stesso tempo, la permanenza al lavoro di molti over 65 – se da un lato contribuisce ancora alla produzione e al PIL locale – dall’altro evidenzia l’assenza di ricambio e opportunità per le generazioni più giovani. In definitiva, i dati ufficiali analizzati da Fipac Umbria dipingono una realtà in chiaroscuro: una Umbria longeva e operosa, ma alle prese con disuguaglianze di trattamento e nuove fragilità che interrogano il futuro del welfare regionale e nazionale.

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Francesca Secci
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