Nicola Gianluca Romita, davanti ai giudici Corte d’Assise di Terni, ha ribadito le sue colpe nel corso dell'interrogatorio, durato oltre tre ore, nella nuova udienza per il processo a suo carico, per il femminicidio della moglie, Laura Papadia: "L’ho spinta contro l’armadio, ma non ricordo cosa è accaduto dopo. Soffro per quello che ho fatto, sono colpevole".
Davanti alla Corte d'Assise di Terni si è tenuta una nuova udienza a carico di Gianluca Nicola Romita. Il 48enne è stato ascoltato in aula, dove ha dovuto rispondere del reato di omicidio volontario aggravato di Laura Papadia. L'ex moglie era stata strangolata e, poi, strappata alla vita, all’interno dell’abitazione di via Porta Fuga, nel centro storico di Spoleto, dove i due convivevano.
La 37enne ha perso la vita il 26 marzo 2025. Dopo un anno dai tragici fatti e a pochi giorni dall’inaugurazione di una "Panchina rossa" nei pressi del supermercato dove lavorava la moglie, si è tenuta l'udienza per il 48enne, reoconfesso, che ha raccontato la sua versione dei fatti anche ai giudici.
Il 48enne, Nicola Gianluca Romita, in carcere dal 26 marzo 2025, assistito dal legale Luca Maori, ha risposto alle domande del sostituto procuratore Alessandro Tana: "Sono colpevole - ha ammesso Romita, ricostruendo gli attimi che hanno preceduto il delitto - Avevo bevuto e poi abbiamo discusso tutta la notte. L’ho spinta contro l’armadio, ma non ricordo cosa è accaduto dopo". Su quanto accaduto tra la sera del 25 marzo e le prime ore del 26 marzo, quando ha ucciso la moglie, l’imputato continua a non ricordare: "Non ero io, non ero lucido, avevo perso la ragione".
"Quando mi sono reso conto di quello che avevo fatto - continua Romita sul tentativo di togliersi la vita dopo aver ucciso la moglie - prima ho provato in casa, poi sono uscito dall’appartamento portando con me un coltello e raggiunto il Ponte delle Torri. Non ce l’ho fatta a togliermi la vita, non ho avuto lucidità o forza, sono debole". Durante il tragitto ci sono state diverse telefonate, anche alla ex moglie, che ha poi dato l’allarme.
Presente anche il fratello della vittima, Fabio, costituito parte civile, che ha deposto in aula: "Mia sorella è cambiata dopo il matrimonio con Romita, diradando di molto i rapporti e allontanandosi di fatto da me". Le parti civili hanno richiesto alla Corte, presieduta dal giudice Simona Tordelli, di disporre una perizia sui telefoni cellulari dell’imputato e della vittima, che fino ad oggi non sarebbero stati analizzati. Nella prossima udienza si continueranno ad ascoltare altri testimoni che tra accusa e difesa sono oltre cento. Il movente della lite finita nel femminicidio sarebbe da ricondurre all’intenzione della vittima di avere un figlio, non condivisa dal marito già padre in una precedente relazione.
Il 48enne, che lavorava come rappresentante per una cantina di vini spoletina, era in lite da tempo con la moglie per via del desiderio di maternità della donna e del rifiuto dell’uomo, che aveva già due figli da precedenti relazioni.
Dai racconti di amici e parenti era emerso anche che l’uomo era geloso, possessivo e con una forte propensione a controllare la vita della moglie. L'uomo avrebbe ucciso la moglie Laura Papadia strangolandola con una sciarpa.
Il 48enne, poi, era uscito dall’appartamento di Rocca dei Perugini per dirigersi sul Ponte delle Torri, minacciando di togliersi la vita. Fu fermato dalla Polizia e confessò di aver ucciso la moglie. Dall'autopsia sulla salma di Laura Papadia era emerso che la vittima non era incinta.