20 Jan, 2026 - 19:26

Femminicidio in Italia, l’intervento di Gino Cecchettin a Foligno: "Bisogna continuare a educare a un modo più rispettoso di vivere"

Femminicidio in Italia, l’intervento di Gino Cecchettin a Foligno: "Bisogna continuare a educare a un modo più rispettoso di vivere"

A Foligno, in un contesto segnato dall’ascolto e dalla riflessione, la voce di Gino Cecchettin è tornata a farsi sentire con la forza pacata di chi ha trasformato il dolore in impegno civile. Padre di Giulia, uccisa nel 2023, Cecchettin ha partecipato a un incontro pubblico per presentare il libro “Cara Giulia”, ma il suo intervento ha inevitabilmente allargato lo sguardo sul tema del femminicidio in Italia, tornato drammaticamente al centro del dibattito dopo l’ultimo caso di cronaca avvenuto ad Anguillara, dove Federica Torzullo è stata uccisa dal marito Claudio Carlomagno con numerose coltellate al collo e al volto.

Ai microfoni dell’Ansa, Cecchettin non ha parlato da commentatore esterno, ma da testimone diretto di una ferita che attraversa il Paese. Le sue parole si inseriscono in un discorso più ampio, che rifiuta semplificazioni e scorciatoie, e chiama in causa un cambiamento culturale profondo. Non un grido di rabbia, ma un’analisi lucida, che individua nel maschilismo tossico e nel fallimento di un modello patriarcale le radici di una violenza che continua a ripetersi.

La violenza di genere come problema strutturale

Il punto di partenza di Cecchettin è chiaro: non si tratta di episodi isolati, né di improvvise derive individuali. "È un percorso lungo, ma non possiamo fermarci, quella che portiamo avanti non è una guerra contro gli uomini, ma contro il maschilismo tossico", spiega, chiarendo fin da subito il perimetro della sua riflessione. Un concetto che torna più volte, a sottolineare come la violenza non nasca dal genere maschile in sé, ma da un sistema culturale che educa alla sopraffazione.

Il femminicidio, secondo Cecchettin, è un’emergenza che non può più essere letta soltanto in chiave emotiva o emergenziale. "È un problema gravissimo che ogni anno conta centinaia di vittime", sottolinea, richiamando l’attenzione su numeri che raccontano una tragedia costante. Da qui la necessità di intervenire a monte, prima che la violenza esploda. "Bisogna continuare a educare a un modo più rispettoso di vivere  cercando di venire a capo di quegli stereotipi che ci condizionano la vita e non consentono, da maschi, di avere rispetto anche della vita delle donne".

Il riferimento agli stereotipi non è casuale. Cecchettin individua proprio in quelle rappresentazioni culturali sedimentate nel tempo uno degli ostacoli principali al cambiamento. "Non è una battaglia contro gli uomini, ma contro quel maschilismo tossico che genera tutto questo", ribadisce, rimarcando una linea di demarcazione netta tra responsabilità individuali e responsabilità collettive.

Il patriarcato e il cambiamento dei ruoli

Nel suo intervento, Cecchettin risponde anche a una domanda che ricorre spesso nel dibattito pubblico: cosa sta accadendo oggi agli uomini? La sua risposta è diretta e priva di ambiguità. "Quello che è sempre successo", afferma. A essere cambiato, semmai, è il contesto. "L’unico problema è che oggi viene messo in discussione il ruolo del maschio dominatore, del maschio prevaricatore. È il fallimento del patriarcato che sta producendo questa violenza".

Una lettura che sposta il focus dalla cronaca nera alla trasformazione sociale. Secondo Cecchettin, la difficoltà di accettare relazioni paritarie è uno dei nodi centrali. "Quando un uomo riesce a stare vicino alla propria compagna in un modo nuovo, vedendola come una pari, con rispetto, tutto questo non accade", osserva, indicando una possibile via d’uscita che passa attraverso la ridefinizione dei rapporti affettivi e familiari.

Non c’è, nelle sue parole, l’idea di una sconfitta personale. "Non sento di fallire. So che è un percorso lungo che dobbiamo fare tutti". Un “tutti” che non è retorico, ma inclusivo. "Parlo al plurale perché coinvolgo associazioni, centri antiviolenza, movimenti femministi, volontari che lavorano su questo tema da una vita". È un richiamo alla responsabilità condivisa, che supera la dimensione individuale e chiama in causa istituzioni, scuola e società civile.

La memoria di Giulia e la forza della condivisione

Nel racconto di Cecchettin, il dolore privato non viene mai separato dall’impegno pubblico. A dargli forza, spiega, è anche la rete di relazioni costruita con chi ha vissuto esperienze simili. "La vicinanza dei familiari delle vittime mi dà ancora più forza per continuare, non dobbiamo perdere la speranza", ammonisce, trasformando la memoria in un atto collettivo.

Infine, il pensiero torna a Giulia. Non come simbolo astratto, ma come presenza viva. "Con Giulia  parlo tantissimo. Le racconto quello che stiamo facendo, i miei pensieri". È un dialogo intimo, che diventa però motore di un impegno pubblico. "Penso che, in qualche modo, viva e noi cerchiamo di farla vivere portando avanti le cose belle che ci ha insegnato".

A Foligno, le parole di Gino Cecchettin non offrono soluzioni immediate né slogan consolatori. Propongono invece una lettura complessa, che chiama in causa la cultura, l’educazione e la responsabilità collettiva. In un Paese ancora scosso da continui femminicidi, il suo messaggio resta fermo su un punto: il cambiamento è possibile, ma richiede tempo, consapevolezza e la volontà di mettere in discussione modelli che per troppo tempo sono stati considerati intoccabili.

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Lorenzo Farneti
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