Si è chiusa in pochi minuti, davanti al gip di Roma Antonella Minunni, l’udienza in cui Nors Manlapaz, madre di Mark Antony Samson, ha patteggiato una pena di due anni per concorso nell’occultamento del cadavere di Ilaria Sula, la 22enne studentessa di Terni uccisa lo scorso marzo. Il giudice ha accolto la richiesta formulata dalla Procura e concesso la sospensione condizionale della pena.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Manlapaz avrebbe aiutato il figlio a ripulire la stanza in cui sarebbe avvenuto il delitto e partecipato alle operazioni per nascondere il corpo. Allo stato degli atti, l’accusa le contestava un ruolo attivo nel tentativo di eliminare le tracce e di sbarazzarsi della salma della giovane.
La pronuncia ha generato sconcerto e amarezza nei genitori di Ilaria, profondamente colpiti dall’esito dell’udienza. L’avvocato Giuseppe Sforza, legale della famiglia e parte civile, ha sintetizzato con toni netti il loro stato d’animo:
"Pensare che una donna, una madre, nel tentativo di coprire un atroce delitto, abbia aiutato il figlio a ripulire la stanza e disfarsi del corpo di Ilaria, senza che sconti nemmeno un giorno della sua pena in carcere, è difficile da accettare”. Parole che riflettono il profondo dolore dei familiari, convinti che la scelta processuale non restituisca né giustizia, né valore simbolico alla memoria della vittima.
Il patteggiamento (applicazione della pena su richiesta delle parti) è una procedura prevista dall’ordinamento italiano che consente di concludere anticipatamente il processo mediante l’accettazione di una pena concordata tra difesa e Procura. Si tratta di uno strumento pensato per ridurre i tempi della giustizia e l’onere processuale: in linea generale è riservato a ipotesi in cui la pena concordata non superi determinati limiti stabiliti dalla legge e quando l’imputato si dichiara disponibile ad assumere la responsabilità dei fatti contestati.
Nel caso di Nors Manlapaz, il patteggiamento per due anni di reclusione rientra nella soglia che ha permesso al giudice di disporre la sospensione condizionale della pena. Ciò significa che, salvo il verificarsi di specifiche condizioni ostative, la condanna non si tradurrà in esecuzione detentiva immediata: la sospensione può essere subordinata al rispetto di prescrizioni imposte dal magistrato e decade in caso di violazione delle condizioni o di commissione di nuovi reati, con la conseguente revoca e messa in esecuzione della pena.
Giuridicamente, l’accordo rappresenta una soluzione legittima e funzionale all’efficienza processuale e alla certezza del diritto: assicura una definizione rapida del procedimento e toglie dall’incertezza le parti coinvolte. Sul piano pratico, però, la misura solleva questioni sensibili: a forte impatto emotivo e sociale - come i casi di femminicidio - l’uso del patteggiamento e la sospensione della pena possono apparire in netto contrasto con le aspettative di condanna e riparazione da parte delle vittime e dei loro familiari.
Da qui nasce la frattura tra applicazione tecnica della norma e percezione pubblica della giustizia: se per l’ordinamento l’istituto è strumento di razionalizzazione processuale, per molte famiglie colpite da crimini gravi esso resta un atto dal forte valore simbolico, percepito come totalmente insufficiente a restituire dignità alla vittima e a sancire pienamente la responsabilità di chi ha partecipato al reato.
Parallelamente prosegue il procedimento nei confronti di Mark Antony Samson, 24 anni, imputato per omicidio volontario aggravato - con l’aggravante della premeditazione, dei futili motivi e del rapporto affettivo con la vittima. La Procura ha chiesto e ottenuto il giudizio immediato, procedura che, in presenza di elementi probatori ritenuti solidi, accelera il passaggio diretto al dibattimento evitando l’udienza preliminare.
Le prossime udienze saranno incentrate sull’escussione dei testimoni e sull’acquisizione delle prove indispensabili a ricostruire in modo compiuto la vicenda, con particolare attenzione a:
la dinamica del delitto
i movimenti dell’imputato
gli ultimi contatti tra i due
la sequenza che portò all’occultamento del corpo
Negli atti d’indagine è emerso anche il presunto tentativo di simulare la scomparsa di Ilaria, mediante l’invio di messaggi dal suo telefono per far credere che fosse ancora viva. Il successivo ritrovamento del cadavere a Capranica Prenestina ha confermato le ipotesi investigative formulate fin dall’inizio.
La famiglia di Ilaria, affiancata da amici, associazioni e realtà impegnate nella lotta contro la violenza di genere, continua a invocare una verità piena e trasparente, auspicando un iter giudiziario che riconosca in tutta la sua gravità il femminicidio subito dalla giovane.
Per i genitori, il processo a carico di Samson resta l’unico strumento concreto per ottenere giustizia e vedere accertate tutte le responsabilità. Le organizzazioni territoriali e nazionali attive nella tutela delle donne hanno ribadito la loro vicinanza alla famiglia, sottolineando al contempo l’urgenza di interventi preventivi e misure efficaci per proteggere le potenziali vittime e contrastare fenomeni di violenza così drammatici.