L'orrore ha smesso di fare notizia, l'orrore è diventato normalità. Così come per le immagini che ci arrivano dalla Striscia di Gaza - o dall'Ucraina, o qualsiasi altro luogo di conflitti - questo vale anche e soprattutto per i femminicidi. Dall'inizio del 2025 (siamo solo al 3 aprile) solo in Italia 11 donne sono state uccise da uomini. Nella maggior parte dei casi dagli uomini a loro più vicini: mariti, fidanzati, ex. Tre di queste morti riguardano donne umbre.
Sono numeri inferiori a quelli dello stesso periodo dello scorso anno, ma non offrono alcun conforto. Perché a cambiare è solo il ritmo, non la sostanza. Il femminicidio - ormai è lampante - non è un allarme: è sistematico. Un meccanismo radicato in una cultura che vede la donna come sacrificabile, una cultura nella quale tutti e tutte siamo immerse.
Adolescence è la serie più guardata su Netflix dal giorno della sua uscita e da settimane è al centro dei dibattiti. Ma quando guardiamo oltre lo schermo, siamo in grado di riconoscere il problema e intervenire prima che sia troppo tardi? O i femminicidi fanno scalpore solo quando si fanno prodotto cinematografico?
L'ultima in ordine cronologico è Ilaria Sula, la studentessa di 22 anni originaria di Terni ma residente a Roma dove studiava Statistica all'Università La Sapienza. Ad ucciderla è stato il suo ex fidanzato, Mark Antony Samson, suo coetaneo, con diverse coltellate. Nell'appartamento di Samson, dove è morta Ilaria Sula, erano presenti anche i genitori di lui. Dopo l’omicidio, l’uomo ha tentato di depistare le indagini usando il cellulare della vittima, fino al ritrovamento del corpo chiuso in una valigia e gettato in un dirupo nei pressi di Poli, vicino Roma. Poi la confessione e l'arresto.
Il 26 marzo a Spoleto Laura Papadia, 36 anni, strangolata nella sua abitazione di Spoleto dal marito, Nicola Gianluca Romita. Lei desiderava un figlio, lui no: un conflitto domestico come tanti, ma che in questo caso si è trasformato in un omicidio. Romita ha poi tentato il suicidio gettandosi dal Ponte delle Torri, ma è stato fermato dalla polizia.
Il 5 gennaio, la prima vittima di femminicidio in Italia e in Umbria: Eliza Stefania Feru, 26 anni, originaria della Romania, è stata uccisa nel sonno con un colpo di pistola dal marito Daniele Bordicchia nella loro abitazione a Bastia Umbra. L’uomo, che si è costituito poco dopo il delitto, ha ammesso di aver agito per gelosia. Anche in questo caso l’incapacità di accettare l’autonomia della donna si trasforma in violenza.
Fino al gennaio 2025 il Ministero dell'Interno aggiornava settimanalmente i dati sugli omicidi volontari con movente di genere. Poi il silenzio: nessun nuovo report a febbraio e marzo, senza spiegazioni ufficiali. La scelta di passare a una rilevazione trimestrale ha sollevato critiche da parte delle associazioni e degli esperti. Non si tratta solo di numeri: ogni omissione nei dati è una rimozione simbolica della violenza. Come se il fenomeno, meno visibile, potesse diventare meno reale. Intanto, a monitorare restano le associazioni, costrette a raccogliere le storie dai trafiletti dei giornali locali.
In Italia, secondo i dati Istat, circa 150 donne vengono uccise ogni anno, di cui almeno 60 per mano del partner o dell'ex. Sono numeri che raccontano un sistema che non funziona: dalla giustizia che spesso non intercetta il pericolo, ai servizi sociali che agiscono solo in presenza di minori, fino alla scuola che ignora la dimensione affettiva nella formazione e alle famiglie, all'interno delle quali spesso si nascondono modelli sbagliati.
Serve un cambio di paradigma. Serve un patto tra istituzioni, cittadinanza e cultura per smontare, pezzo per pezzo, quella struttura sociale che permette ancora oggi a un uomo di decidere della vita di una donna. In silenzio, nella normalità.
L'approccio delle istituzioni resta ancorato alla risposta punitiva: più pene, più strumenti repressivi. Ma le esperte e i centri antiviolenza ribadiscono da anni che l'unica via per scardinare il sistema è la prevenzione. Formazione, educazione sentimentale, riconoscimento precoce dei segnali di pericolo - da parte di tutti, non solo delle donne. Una proposta di legge di iniziativa popolare per inserire l'educazione affettiva nelle scuole ha superato le 50 mila firme, ma resta osteggiata politicamente.
E mentre si discute se parlare di sessualità ai bambini sia opportuno, ogni due giorni una donna viene uccisa.