Salari considerati insufficienti, carichi di lavoro in aumento, turni sempre più pesanti e un contratto fermo da mesi. Sono questi i temi al centro della vertenza che riguarda i farmacisti delle farmacie private e che martedì 31 marzo è arrivata anche all’attenzione della Seconda commissione permanente dell’Assemblea legislativa regionale dell’Umbria.
In audizione sono intervenute le organizzazioni sindacali di categoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, che hanno chiesto alla Regione Umbria di assumere un ruolo attivo nel confronto con il Governo e con le rappresentanze datoriali del settore, annunciando al tempo stesso lo sciopero nazionale dei lavoratori delle farmacie private per l’intera giornata del 13 aprile, accompagnato da una manifestazione a Roma.
Una mobilitazione che interessa oltre 77mila lavoratori in tutta Italia e circa mille in Umbria, dove i sindacati parlano di una situazione ormai non più sostenibile.
La richiesta avanzata dalle organizzazioni sindacali è chiara: la Regione Umbria, la presidente della Giunta e il Consiglio regionale devono sostenere una vertenza che non riguarda soltanto il lavoro dei farmacisti, ma anche il futuro della sanità territoriale e dei servizi ai cittadini.
"La Regione Umbria, la presidente, la Giunta e il Consiglio regionale, si facciano portavoce presso il Governo della condizione dei farmacisti del settore privato e sostengano una vertenza nazionale che riguarda non solo la qualità del lavoro, ma anche la qualità dei servizi ai cittadini e il futuro della sanità territoriale. La farmacia moderna funziona solo grazie alla professionalità di chi ci lavora. È tempo che questa professionalità venga riconosciuta e valorizzata”.
Secondo i sindacati, infatti, la farmacia privata ha assunto negli ultimi anni un ruolo sempre più centrale all’interno della rete sanitaria di prossimità, diventando un presidio essenziale per servizi, prevenzione e assistenza. Una trasformazione che però, denunciano le sigle, non è stata accompagnata da un adeguato riconoscimento economico e normativo.
Alla base della protesta c’è il mancato rinnovo del Contratto collettivo nazionale di lavoro delle farmacie private, scaduto il 31 agosto 2024 e ancora senza un accordo.
Le trattative con Federfarma, spiegano Filcams, Fisascat e Uiltucs, restano ferme su quelli che vengono definiti “aspetti essenziali quali salario, riconoscimento della professionalità e conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”.
A portare la posizione delle organizzazioni sindacali in commissione sono stati Massimiliano Cofani della Filcams Cgil Perugia, Rosita Petrucci della Filcams Cgil Terni, Nicola Cassieri della Uiltucs Uil Umbria e Rachele Rotoni della Fisascat Cisl Umbria.
Il loro intervento ha evidenziato come il malcontento tra i farmacisti sia cresciuto progressivamente negli ultimi mesi, alimentato dalla sensazione di un ruolo professionale sempre più importante ma non adeguatamente riconosciuto.
Uno dei punti centrali della vertenza riguarda il livello delle retribuzioni. Secondo quanto riferito dai sindacati, la retribuzione media di un farmacista del settore privato si attesta attorno ai 1.600 euro mensili, mentre negli ultimi dieci anni gli aumenti complessivi non avrebbero superato gli 80 euro.
"Negli ultimi mesi - spiegano i segretari - è emersa con forza la volontà dei farmacisti di denunciare condizioni di lavoro ormai non più accettabili. La retribuzione media si attesta intorno ai 1.600 euro mensili e negli ultimi dieci anni gli aumenti complessivi non hanno superato gli 80 euro, a fronte di un costo della vita in aumento costante. Parallelamente, la professione ha subito una profonda trasformazione: test diagnostici, vaccinazioni, servizi di telemedicina e nuove responsabilità derivanti dalla ‘farmacia dei servizi’ hanno reso il farmacista un vero e proprio operatore sanitario. Questa evoluzione, tuttavia, non è stata accompagnata da un adeguato riconoscimento economico né da una regolamentazione contrattuale coerente”.
Per le sigle sindacali, il farmacista non è più soltanto un professionista legato alla dispensazione dei farmaci, ma una figura sanitaria a tutti gli effetti, chiamata a svolgere compiti sempre più complessi e delicati.
Alla questione salariale si aggiunge quella dei carichi di lavoro. Secondo i sindacati, l’ingresso delle grandi catene nel settore ha cambiato radicalmente l’organizzazione delle farmacie, avvicinandole sempre più ai modelli della grande distribuzione.
"La situazione - proseguono le organizzazioni sindacali - è aggravata da orari e turni di lavoro sempre più pesanti. L’ingresso delle grandi catene, come Hippocrates e Dr. Max, ha progressivamente trasformato molte farmacie in attività simili alla grande distribuzione, con aperture domenicali, festive e turni prolungati che incidono in modo significativo sulla qualità della vita lavorativa”. Un cambiamento che, secondo le sigle, ha avuto conseguenze importanti sull’equilibrio tra vita privata e lavoro, aumentando stress, carichi e difficoltà organizzative.
Filcams, Fisascat e Uiltucs denunciano anche la chiusura di Federfarma, accusata di continuare a presentare proposte ritenute irricevibili.
"Dopo lo sciopero nazionale del 6 novembre - ricordano Cofani, Petrucci, Cassieri e Rotoni -, che ha visto una partecipazione straordinaria anche in Umbria, l’offerta economica è addirittura peggiorata: si è passati da 180 a 130 euro di aumento per tutti, distinguendo poi il personale laureato, a cui verrebbero riconosciuti 70 euro aggiuntivi per i servizi obbligatori della farmacia dei servizi. A ciò si aggiunge una clausola di salvataggio di 20 euro per i territori privi di contrattazione integrativa territoriale, un meccanismo che di fatto esclude dai benefici i lavoratori che già dispongono di un integrativo. Una proposta che ignora completamente la dinamica inflattiva e le responsabilità professionali della categoria”. Secondo i sindacati, si tratta di un’offerta economica che non tiene conto né dell’aumento del costo della vita né del peso crescente delle responsabilità professionali richieste ai farmacisti.
Le organizzazioni sindacali contestano inoltre la narrazione secondo cui le farmacie private non avrebbero margini sufficienti per sostenere aumenti più consistenti.
"La narrazione dei titolari, secondo cui le farmacie non potrebbero sostenere aumenti più consistenti - sottolineano le organizzazioni sindacali -, non trova riscontro nei dati. Le informazioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze indicano che i titolari di farmacia dichiarano mediamente 107mila euro l’anno, posizionandosi tra le categorie più abbienti del Paese, seconde solo a notai e sportivi professionisti. Si tratta di un settore protetto da monopoli e concessioni pubbliche, che non può continuare a scaricare la propria redditività sui lavoratori”.
La vertenza entrerà ora in una nuova fase con lo sciopero proclamato per il 13 aprile. In quella giornata i farmacisti delle farmacie private incroceranno le braccia in tutta Italia e parteciperanno a una manifestazione nazionale a Roma. L'obiettivo delle organizzazioni sindacali è riportare al centro dell’attenzione politica e pubblica una categoria che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più importante nella sanità territoriale, ma che continua a denunciare condizioni economiche e organizzative giudicate non più adeguate.
Per i sindacati, il rinnovo del contratto non può più essere rinviato. In gioco, spiegano, non ci sono soltanto i diritti dei lavoratori, ma anche la qualità del servizio che ogni giorno le farmacie garantiscono ai cittadini.