13 Apr, 2026 - 14:13

Ergastolo per il marito di Laura Papadia: svolta nel caso di femminicidio

Ergastolo per il marito di Laura Papadia: svolta nel caso di femminicidio

La Corte d’Assise di Terni ha condannato all’ergastolo Nicola Gianluca Romita, agente di commercio di 48 anni, riconosciuto colpevole del femminicidio della moglie Laura Papadia, 36 anni. Un delitto che ha sconvolto la comunità di Spoleto e che, a distanza di mesi, continua a interrogare l’opinione pubblica su violenza domestica, segnali ignorati e prevenzione.

La decisione dei giudici arriva al termine di un processo complesso e seguito, che ha ricostruito quanto accaduto il 26 marzo 2025 all’interno dell’abitazione della coppia. È lì che Laura Papadia è stata trovata senza vita, uccisa per strangolamento.

Il procedimento si è svolto davanti alla Corte d’Assise di Terni, presieduta dal giudice Simona Tordelli, affiancata dal giudice a latere Biancamaria Bertan. Nel corso delle udienze sono stati ascoltati testimoni, consulenti e ricostruiti i passaggi chiave della vicenda, con particolare attenzione al contesto familiare e alle dinamiche della coppia.

Un passaggio significativo è arrivato nella fase finale del processo, quando la pubblica accusa, rappresentata dal pm Alessandro Tana della procura di Spoleto, ha avanzato la propria richiesta di condanna. Il pubblico ministero aveva infatti chiesto una pena pari a 30 anni di reclusione, ritenendo provata la responsabilità dell’imputato ma senza arrivare alla richiesta della massima pena.

La sentenza di primo grado rappresenta un punto chiave nella vicenda giudiziaria. I giudici hanno ritenuto Nicola Gianluca Romita colpevole oltre ogni ragionevole dubbio, accogliendo integralmente l’impianto accusatorio nella sua forma più severa. L’ergastolo, infatti, è la pena massima prevista dall’ordinamento italiano e viene applicata nei casi ritenuti più gravi.

Femminicidio Laura Papadia: autopsia, confessione e aggravanti che portano all’ergastolo

 

L’esito dell’autopsia ha rappresentato uno dei passaggi più rilevanti dell’intera vicenda giudiziaria, contribuendo a chiarire in maniera definitiva le cause della morte di Laura Papadia e a rafforzare il quadro accusatorio nei confronti del marito. Gli accertamenti medico-legali hanno infatti stabilito che il decesso è stato provocato da una “asfissia acuta da strangolamento atipico”, una modalità che ha confermato la natura violenta dell’azione.

Secondo quanto riferito dallo stesso Nicola Gianluca Romita nel corso delle sue dichiarazioni, l’atto sarebbe stato compiuto utilizzando una mantella, elemento che ha ulteriormente delineato la dinamica dell’omicidio e la sua concretezza materiale. L’esame autoptico ha inoltre escluso che la vittima fosse in stato di gravidanza, un dettaglio che, pur non incidendo sulla qualificazione giuridica del reato, ha contribuito a chiarire definitivamente ogni possibile ipotesi alternativa emersa nelle prime fasi investigative.

Dopo il delitto, il comportamento dell’uomo ha evidenziato una fase di forte alterazione e tensione: il 48enne ha lasciato l’appartamento di via Porta Fuga dirigendosi verso il Ponte delle Torri minacciando di togliersi la vita. Un gesto che avrebbe potuto trasformare ulteriormente la tragedia, ma che è stato interrotto dall’intervento tempestivo delle forze dell’ordine. Gli agenti della Polizia sono riusciti a fermarlo prima che potesse compiere un gesto estremo, conducendolo poi in stato di fermo. In quel contesto, Romita ha confessato l’omicidio della moglie, ammettendo le proprie responsabilità. Con sé aveva portato un coltello e i telefoni cellulari, sia il proprio sia quello della vittima: proprio quest’ultimo era stato gettato dal Ponte delle Torri nel tentativo, probabilmente, di eliminare elementi potenzialmente compromettenti. Il dispositivo è stato successivamente recuperato dagli inquirenti, diventando parte integrante del materiale investigativo analizzato durante le indagini.

Sul piano giuridico, il caso rientra nella fattispecie prevista dall’articolo 575 del codice penale, ossia l’omicidio volontario, aggravato però da circostanze specifiche che comportano l’applicazione della pena dell’ergastolo. In particolare, la normativa stabilisce che la pena massima debba essere inflitta quando il reato è commesso nei confronti del coniuge, anche se legalmente separato, o di una persona legata da relazione affettiva stabile. Si tratta di un’aggravante particolarmente rilevante, che riconosce la maggiore gravità del delitto quando si consuma all’interno di un rapporto di fiducia e vicinanza. Ulteriori aggravanti possono essere rappresentate dall’uso di mezzi insidiosi, dalla premeditazione o dal concorso di circostanze già individuate dall’articolo 61 del codice penale.

In presenza di tali elementi, la legge esclude inoltre la possibilità che eventuali circostanze attenuanti - salvo specifiche eccezioni - possano prevalere sulle aggravanti, determinando quindi un orientamento verso la pena più severa. Diverso è il caso in cui il rapporto tra autore e vittima sia cessato, come nel caso di coniugi divorziati o relazioni concluse: in tali situazioni, la pena prevista è compresa tra i 24 e i 30 anni di reclusione. Nel caso specifico di Laura Papadia, la permanenza del vincolo coniugale ha rappresentato uno degli elementi centrali nella qualificazione giuridica del reato, contribuendo in modo decisivo alla condanna all’ergastolo inflitta in primo grado.

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Lorenzo Farneti
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