Il semaforo verde per la Discarica in località Valle è pronto a scattare, ma non sarà una corsa libera. A quindici anni dal sequestro dell’area, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha scritto la parola fine sull’istruttoria, concedendo il proprio assenso alla Messa in Sicurezza Permanente e all’ampliamento del sito per i rifiuti pericolosi. Un pronunciamento atteso, che però si trascina dietro una coda di vincoli tecnici tanto fitta da rendere il provvedimento finale un vero e proprio manuale di sorveglianza ambientale. Il documento, datato 12 maggio 2026 e firmato dalla Direzione Generale Economia Circolare e Bonifiche, non lascia margini a interpretazioni: Arvedi-AST S.p.A. potrà procedere con il progetto di “landfill mining” e con il nuovo invaso, ma solo dopo aver superato lo scoglio di analisi preventive sui terreni, distanze millimetriche dalla falda e un sistema di monitoraggio che accompagnerà il sito per anni.

La partita tecnica giocata all’interno del SIN “Terni-Papigno” è stata tutt’altro che lineare. L’iter formale si è aperto il 1° settembre 2025 con la convocazione della conferenza di servizi istruttoria da parte del MASE, chiamato a esaminare le carte trasmesse dalla Regione Umbria e dalla stessa AST. A smuovere le acque, appena un mese dopo, è stato il deposito di una integrazione volontaria da parte dell’azienda, un fascicolo di “Chiarimenti MISP” che ha costretto gli uffici ministeriali a prorogare i termini il 10 ottobre 2025 per consentire a tutti gli enti coinvolti di metabolizzare i nuovi dati. A quel punto è iniziata la girandola dei pareri: si sono espressi ISPRA, INAIL, ARPA Umbria e i dipartimenti di prevenzione della USL Umbria 2. Il momento di maggiore tensione si è consumato nella primavera del 2026, quando l’Istituto Superiore di Sanità ha sollevato più di un rilievo sull’efficacia delle misure proposte, innescando un braccio di ferro tecnico che è stato necessario ricucire con una riunione ad hoc convocata il 30 marzo 2026 proprio dal Ministero. “È stato un passaggio delicato, ma indispensabile per dare solidità al provvedimento”, è il commento che filtra dagli ambienti della Direzione Generale. Superato lo scoglio, il 2 aprile 2026 è partita la conferenza decisoria, incassando via via i nulla osta finali del Comune e della Provincia di Terni.

Ora che la determinazione positiva è stata messa nero su bianco, per Arvedi-AST scatta il cronometro dei 10 giorni concessi per presentare osservazioni ai sensi della legge 241, prima del decreto definitivo. Ma il cuore pulsante del provvedimento non sta tanto nella conclusione favorevole, quanto nell’elenco di prescrizioni che blindano l’operazione. Il Ministero ha preteso garanzie granitiche, a partire dal sottosuolo. Prima di procedere con la copertura superficiale, l’azienda dovrà eseguire una caratterizzazione spinta delle scorie e dei terreni, estendendo le analisi agli IPA volatili e ai test di cessione. Se i valori dovessero sforare i limiti, il materiale contaminato non potrà restare dove si trova: dovrà essere rimosso e confinato all’interno del nuovo invaso impermeabilizzato. L’attenzione maniacale alla falda acquifera si traduce in una regola fisica non negoziabile: la base della barriera di fondo della discarica dovrà mantenersi ad almeno 2 metri sopra il livello di massima escursione dell’acqua sotterranea. Un margine di sicurezza che la progettazione esecutiva dovrà dimostrare di poter rispettare, valutando se ispessire l’impermeabilizzazione laterale per soddisfare i requisiti più severi previsti per i rifiuti pericolosi.
Il monitoraggio disegnato dal MASE trasformerà l’area in un sorvegliato speciale permanente. La rete di controllo si baserà su piezometri già esistenti – come il K6 e il K2 – per verificare che la contaminazione delle acque di falda imbocchi una curva discendente, azzerando i pericoli igienico-sanitari per chi abita a valle. Parallelamente, lungo il perimetro della discarica e in direzione delle aree più sensibili, dovrà essere tessuta una rete di sonde “soil-gas” capace di intercettare eventuali fughe di vapori, con una ricerca mirata su composti clorurati, idrocarburi e BTEX. Ogni campionamento, poi, sarà un atto pubblico: Arvedi-AST avrà l’obbligo di concordare le attività con ARPA Umbria e Provincia di Terni, avvisando gli enti con un anticipo di almeno dieci giorni per permettere il prelievo di campioni in contraddittorio. Nel caso in cui i campioni superino le 50 unità, il 10% sarà analizzato congiuntamente, e ogni anno dovrà essere trasmesso un rapporto di sintesi al Ministero.

C’è un capitolo che il provvedimento ministeriale affronta senza giri di parole, ed è quello che riguarda la pelle dei lavoratori. La rimozione dei rifiuti e lo scavo porteranno alla luce materiali la cui composizione non è del tutto nota. Il MASE ha imposto ad AST di adottare misure “estreme” – è il senso della comunicazione tecnica – per eliminare alla radice i rischi di esposizione a sostanze tossiche. Il riferimento all’amianto, in particolare, è esplicito e non lascia spazio a procedure standardizzate: le protezioni e i protocolli di sicurezza dovranno essere concertati uno a uno con gli organi di vigilanza territoriali, in una sorta di cantiere a controllo rafforzato dove la sola conformità burocratica non basterà a ottenere il via libera operativo.
L’ultimo miglio amministrativo è ormai alle spalle. Trascorsi i giorni concessi per le controdeduzioni, il MASE emanerà il decreto che chiuderà formalmente la partita autorizzativa, consegnando a Terni un impianto tecnologicamente più avanzato ma avvolto in una rete di sorveglianza senza precedenti. La parola fine sul caso Valle, a ben guardare, è più un inizio: la vera prova sarà nei cantieri e nei piezometri che, per anni, misureranno la tenuta di un sistema su cui il Ministero ha voluto incidere paletti profondi come le fondamenta della nuova discarica.
Italia Nostra Terni esprime forte indignazione per l’autorizzazione definitiva all’ampliamento della discarica di scorie e fanghi Arvedi‑AST, che dovrebbe accogliere altri 4 milioni di metri cubi di rifiuti industriali nel SIN Terni‑Papigno.
Il presidente Andrea Liberati denuncia un’azione di “svendita del territorio”, che continua a sottoporre i cittadini a ricadute ambientali e sanitarie senza controlli adeguati, mentre istituzioni e troppi ambientalisti “domenicali” preferiscono tacere. L’associazione annuncia la trasmissione della vicenda anche a livello europeo e ha già richiesto l’intero fascicolo amministrativo per analizzare come sia stato giustificato, in sede tecnica e politica, un provvedimento che considera profondamente incompatibile con la tutela del paesaggio e della salute pubblica.