La decisione del commissario ad acta di dare seguito ai provvedimenti del Governo Meloni sulla riduzione delle dirigenze scolastiche ha prodotto effetti concreti anche sul territorio eugubino, determinando la perdita di un’istituzione scolastica autonoma.
Un passaggio che ha acceso il confronto politico locale, innescando nuove polemiche e richieste di ricorso giurisdizionale contro un atto che, allo stato attuale, appare difficilmente reversibile.
A intervenire con una presa di posizione netta sono stati i Liberi e Democratici (LeD), oggi gruppo di minoranza in Consiglio comunale, che hanno chiesto alla Giunta Fiorucci di procedere immediatamente con un ricorso al Tar, sulla scia di quanto già fatto dal Comune di Città di Castello.
Nel comunicato, i LeD parlano di una scelta grave e penalizzante per il territorio.
“La decisione del commissario ad acta ha prodotto un effetto grave e concreto per Gubbio: la perdita di un’autonomia scolastica”, scrivono, attribuendo la responsabilità a una linea politica nazionale che impone tagli e accorpamenti “senza reali margini di deroga e senza alcuna conoscenza del territorio”.
Nel documento diffuso, i LeD sottolineano come il commissario ad acta non sia, a loro giudizio, un soggetto neutrale.
“Non è un soggetto terzo, ma uno strumento nominato dal Governo per dare attuazione a una linea politica chiara”, affermano, criticando l’impostazione centralistica della riforma.
Da qui l’accusa rivolta alla maggioranza comunale di aver perso tempo in discussioni politiche, anziché attivarsi immediatamente sul piano giuridico.
“In Consiglio comunale si è preferito discutere per ore un ordine del giorno, anziché agire la sera stessa”, scrivono, incalzando il sindaco con una domanda diretta: “Città di Castello ha già depositato il ricorso: Gubbio cosa sta facendo?”.
Singolare, tuttavia, è che la richiesta di ricorso arrivi proprio dai LeD, che in passato – quando l'attale consigliera comunale Simona Minelli era assessora all’Istruzione – avevano avanzato una proposta di dimensionamento sostanzialmente analoga a quella oggi contestata.
Una proposta che all’epoca venne bocciata dall’Ufficio scolastico regionale, dalla Regione Umbria (allora guidata dal centrodestra di Donatella Tesei) e anche da una parte consistente della sinistra cittadina, con una dura opposizione dell’allora consigliere comunale Orfeo Goracci.
Un precedente che rende la polemica odierna politicamente contraddittoria e alimenta interrogativi sulla coerenza delle posizioni assunte nel tempo.

Il punto più delicato riguarda però l’effettiva utilità del ricorso.
Allo stato attuale, la decisione del commissario si inserisce in un quadro normativo nazionale già definito, con margini di discrezionalità estremamente ridotti. Ciò rende le prospettive di accoglimento del ricorso minime, come riconosciuto anche da diversi osservatori.
Eppure i LeD tornano a indicare la via del Tar come unica risposta possibile.
Una strategia già vista in passato: dai ricorsi contro l’impianto di telefonia mobile di Padule a quelli contro il Css nelle cementerie, promossi durante l’amministrazione Stirati e conclusisi entrambi con esito negativo e spese a carico dei cittadini.
Ricorsi che, secondo molti, avevano una finalità prevalentemente politica: “tenere buoni gli ultrà dell’elettorato ambientalista”.
Il tema centrale diventa dunque quello delle risorse pubbliche.
Presentare un ricorso al Tar significa impegnare fondi comunali per spese legali, consulenze e parcelle, che ricadono inevitabilmente sulle tasche dei cittadini, già gravate da imposte e aumenti dei costi dei servizi.
Da qui una domanda che inizia a circolare con sempre maggiore insistenza: è legittimo utilizzare il ricorso giurisdizionale come atto puramente simbolico, quando si è consapevoli che la causa è persa in partenza?
E soprattutto: può configurarsi, in casi del genere, un danno erariale, tale da giustificare l’intervento della Corte dei Conti?
Il quadro si complica ulteriormente se si osserva che sul dimensionamento scolastico hanno già presentato ricorso:
la Regione Umbria, guidata dal centrosinistra, contro il Governo di centrodestra;
il Comune di Città di Castello, anch’esso per ragioni fortemente politiche.
Una catena di ricorsi che rischia di trasformare la giustizia amministrativa in un campo di battaglia ideologico, nel quale pagano sempre i cittadini, indipendentemente dall’esito.
Il nodo vero resta politico e amministrativo.
Se il ricorso al Tar vuole essere solo un’affermazione di principio, priva di reali possibilità di successo, allora il rischio è quello di combattere battaglie contro i mulini a vento, senza alcun beneficio concreto per la scuola eugubina.
Forse, più che inseguire gesti simbolici, sarebbe necessario valutare con lucidità il danno reale subito, comprenderne le conseguenze e costruire da lì una strategia di rilancio dell’offerta educativa locale.
Perché la tutela della scuola pubblica non si misura dal numero di ricorsi presentati, ma dalla capacità di ripartire con responsabilità, evitando che la politica, ancora una volta, scarichi i propri conflitti sulle spalle dei cittadini.