Il nuovo rapporto “Città e demografia d’impresa” di Confcommercio certifica la doppia anima delle due città umbre. Da un lato un decennio di emorragia commerciale che ha cambiato il volto dei centri, con cali che a Perugia toccano il 34% e a Terni il 25%. Dall’altro, un inaspettato rallentamento della corsa allo svuotamento nel biennio 2024-2025. Il presidente Giorgio Mencaroni lancia la sfida: usare la nuova legge regionale e i Distretti urbani per ridisegnare il futuro senza cancellare l’identità delle città.

Perugia e Terni si guardano allo specchio e vedono due immagini sovrapposte. La prima è quella di un lungo inverno cominciato nel 2012: saracinesche abbassate, vetrine oscurate, botteghe storiche trasformate in ricordi. Dal 2012 al 2025, il centro storico del capoluogo regionale ha perso 119 attività su 349, un tracollo del 34% che non ha eguali in tempi recenti. A Terni il conto è amaro ma leggermente meno severo: 97 negozi in meno (-25%) sempre nel cuore della città. Fuori dalle mura, il ridimensionamento si attesta su percentuali comunque pesanti, tra il 20 e il 21,5% .
La seconda immagine, però, è più recente e porta con sé un filo di ossigeno. L'emorragia che sembrava inarrestabile ha cambiato passo. Nel confronto tra il 2024 e il 2025, Perugia ha visto il saldo tornare positivo per la prima volta dopo anni: da 227 a 230 esercizi commerciali, un +1,3% che vale più come segnale che come numero assoluto. Terni arranca ancora, con un -4% nell'ultimo anno, ma anche qui la flessione è meno violenta rispetto al passato.
“Avanti così non si può più andare”, esordisce senza giri di parole il presidente di Confcommercio Umbria, Giorgio Mencaroni. “I centri storici stanno cambiando rapidamente: diminuiscono i negozi che servono i residenti e crescono attività e servizi legati soprattutto al turismo. Se non interveniamo con politiche mirate rischiamo città sempre più sbilanciate, belle ma prive di anima, dove la vita quotidiana si indebolisce e anche l’attrattività turistica, con il tempo, rischia di venir meno”.
La fotografia scattata dall'Ufficio Studi Confcommercio, che incrocia i dati di 122 Comuni italiani, mostra infatti un fenomeno ben preciso: mentre i negozi di prossimità chiudono, al loro posto - o nei locali riconvertiti - fioriscono bar, ristoranti e strutture ricettive. A Perugia, nel centro storico, il settore dell'ospitalità è passato da 217 attività del 2012 a 249 del 2025, con un balzo del 15%. Negli ultimi due anni la crescita è stata del 5,1% .
Anche Terni segue la stessa rotta, seppur con numeri più contenuti: +5,1% tra 2024 e 2025 per i pubblici esercizi in centro, segno che la città dell'acciaio prova a riqualificarsi attraverso l'accoglienza. Questa riconfigurazione delle funzioni urbane porta con sé luci e ombre. Se da un lato garantisce una nuova vitalità, dall'altro rischia di trasformare i centri in monoculture turistiche, capaci di attrarre visitatori ma non di sostenere la vita quotidiana di chi ci abita.

“Il punto non è più analizzare il fenomeno”, scandisce Mencaroni, “ma governarlo. Rischiamo città sempre più sbilanciate, belle ma prive di anima”. Una città senza negozi di vicinato è una città che perde presidio sociale, sicurezza e capacità di attrarre nuovi residenti. È il paradosso dell'Umbria bella e deserta, dove il successo turistico rischia di diventare una trappola se non bilanciato da politiche urbane integrate.
Di fronte a questi numeri, Confcommercio Umbria non si limita alla denuncia. L'associazione indica con precisione gli strumenti per invertire la rotta, approfittando di una finestra normativa cruciale. In Regione è in fase avanzata la revisione del Testo Unico del commercio, la legge che disciplina la materia e che oggi appare datata. Una profonda riflessione volta alla più ampia revisione è stata annunciata dall'assessorato allo sviluppo economico, con l'istituzione di una cabina di regia che coinvolge Anci e associazioni di categoria.
L'obiettivo è duplice: da un lato, aggiornare le norme sugli insediamenti commerciali per evitare l'effetto desertificazione; dall'altro, mettere a sistema i Distretti del commercio, veri e propri modelli di collaborazione tra pubblico e privato che altrove hanno già dimostrato di funzionare. “Possono riportare vitalità nei centri storici svuotati, restituire funzioni di servizio e socialità ai quartieri, migliorare la qualità dello spazio urbano”, elenca Mencaroni.
I distretti urbani del commercio dovranno rappresentare una vera rivoluzione rispetto al passato, evitando le distorsioni dei cosiddetti centri commerciali naturali. Una rivoluzione che passa anche dai dati: la piattaforma nazionale Confcommercio Cities e il tool Cities Mobility Analytics sono già a disposizione dei Comuni umbri per analizzare i flussi di visitatori e progettare politiche più efficaci.

Il quadro regionale, al netto dei timidi segnali di recupero, rimane pesante. Le stime parlano di 2.155 locali commerciali sfitti in Umbria, pari al 20,4% dell'intera rete distributiva. Un dato che colloca la regione al settimo posto in Italia per incidenza di negozi vuoti. Percentuali che, senza interventi strutturali, rischiano di peggiorare entro il 2035.
Da qui l'appello all'azione congiunta. Anci Umbria e Confcommercio hanno firmato un vero e proprio patto per i centri storici, chiedendo misure fiscali ad hoc, un osservatorio permanente e una maggiore integrazione tra investimenti pubblici e privati. Federico Gori, presidente di Anci Umbria, e Giorgio Mencaroni hanno concordato sulla necessità di un'Agenda urbana nazionale che dia regole omogenee ai Distretti urbani dello sviluppo economico e programmi pluriennali per sostenere le attività di vicinato.
Intanto, sul territorio, qualcosa si muove. A Terni, Confcommercio ha lanciato il progetto Terni in Vetrina, che trasforma i locali sfitti in installazioni artistiche grazie alla collaborazione del Liceo Artistico cittadino. A Perugia, l'attenzione è concentrata sulla riqualificazione di via Angeloni, pensata come modello di integrazione tra interventi pubblici e proposte degli operatori economici.
“I dati dimostrano che la trasformazione delle città è già in atto”, conclude Mencaroni. “La revisione del Testo Unico del commercio, la nascita dei Distretti e l'utilizzo di strumenti di analisi dei flussi urbani possono dare ai territori le leve necessarie per programmare il futuro delle città. Un passaggio che non può più essere rinviato”. La finestra è aperta. Il rischio è che a restare vuoti, questa volta, non siano solo i negozi, ma anche i progetti per riempirli.