“Perché il fatto non costituisce reato”. Con questa formula il tribunale collegiale di Spoleto ha assolto la maestra dell’asilo nido comunale di Deruta arrestata nel novembre 2019 con l’accusa di maltrattamenti nei confronti di due bambine. La donna, allora 61enne e oggi in pensione, era finita ai domiciliari sulla base di un impianto accusatorio che parlava di schiaffi, strattonamenti e costrizioni durante i pasti.
A quasi sette anni dai fatti, il processo si è chiuso con una sentenza che scagiona l’imputata da tutte le accuse, ribaltando un quadro che, all’epoca, aveva scosso l’opinione pubblica e acceso il dibattito sul tema della tutela dei minori nei servizi educativi.
Secondo l’accusa, le bambine sarebbero state “costrette a ingoiare cibo durante i pasti, strattonate, messe in punizione al bagno e lasciate lì da sole”. Tra gli episodi contestati figuravano uno schiaffo a una piccola e il trascinamento in bagno perché non voleva mangiare la frutta.
Nel fascicolo dell’indagine finirono anche intercettazioni ambientali - audio e video - realizzate con microfoni e telecamere collocati all’interno del nido. Alcune frasi, attribuite alla maestra, erano state ritenute particolarmente dure: “Smettila quando ti parlo… quando ti dico mangia, hai capito cosa ho detto? Guarda che ti porto al bagno e ti faccio piangere con la porta chiusa”. In un’altra occasione: “Se non apri la bocca ti ficco il cibo nel naso”.
Parole che, nel 2019, avevano contribuito a costruire un impianto accusatorio severo e a giustificare la misura cautelare.
Il verdetto del collegio di Spoleto ha però smontato l’accusa. L’assoluzione con la formula piena “perché il fatto non costituisce reato” segna un passaggio decisivo: non solo non vi è prova sufficiente di responsabilità, ma i fatti, così come ricostruiti, non integrano una fattispecie penalmente rilevante.
È una conclusione che restituisce alla maestra - dopo anni di sospensione dal lavoro e di esposizione mediatica - una piena riabilitazione giudiziaria.
A esprimere soddisfazione è l’avvocato Marco Brambatti, che ha seguito il processo sin dall’inizio: “Esprimo la massima soddisfazione per l’esito del processo perché rende giustizia al lavoro trentennale della maestra che con amore e dedizione si è dedicata ai bambini dell’asilo di Deruta”, ha dichiarato. E ha aggiunto che durante il dibattimento molti genitori hanno voluto testimoniare la propria vicinanza all’insegnante.
Prima dell’arringa finale, la difesa ha depositato una lunga memoria incentrata su un nodo tecnico decisivo: l’inutilizzabilità delle intercettazioni audio-video effettuate nel nido. Secondo Brambatti, quei materiali sarebbero viziati per violazione dell’articolo 268 del codice di procedura penale e caratterizzati da una mancata sincronizzazione tra immagini e suoni. Un difetto che - a suo avviso - avrebbe inciso sul diritto di difesa e sulla possibilità di attribuire con certezza le frasi contestate all’imputata.

Nel corso del dibattimento, ha sottolineato la difesa, è emerso un quadro “radicalmente diverso” da quello delineato dall’accusa. Le testimonianze avrebbero descritto un ambiente sereno, privo di un clima di sistematica vessazione, e una professionista con una lunga esperienza alle spalle.
Questo insieme di elementi - criticità tecniche delle intercettazioni e valutazione complessiva delle prove testimoniali - ha contribuito a ridisegnare la ricostruzione dei fatti e a orientare il collegio verso l’assoluzione.
Il caso di Deruta riporta al centro una questione delicata: l’uso delle intercettazioni ambientali nei contesti educativi e la loro tenuta processuale. Da un lato, strumenti pensati per far emergere eventuali abusi; dall’altro, la necessità di garantire standard tecnici e giuridici rigorosi, perché la prova sia affidabile e utilizzabile.
La sentenza di Spoleto, senza entrare nel merito mediatico delle accuse, ha valorizzato proprio questo profilo: la qualità e la legittimità delle prove sono decisive quanto - se non più - delle suggestioni iniziali.
Per l’imputata, oggi in pensione, il percorso è stato lungo e complesso: dall’arresto e i domiciliari del 2019 alla attesa del giudizio che ha segnato quasi sette anni di vita professionale e personale. L’assoluzione chiude formalmente il capitolo giudiziario, ma lascia sullo sfondo il tema dell’impatto umano di procedimenti così delicati, soprattutto quando coinvolgono chi lavora con i minori.
Le frasi registrate e finite agli atti avevano suscitato indignazione e preoccupazione. Oggi il tribunale afferma che non c’è reato. Tra questi due momenti si colloca il tempo della giustizia, fatto di verifiche, contraddittorio e valutazione delle prove.
Come ha sintetizzato il legale, l’esito “rende giustizia al lavoro trentennale” della maestra. Una conclusione che non cancella la sensibilità del tema, ma che ribadisce un principio fondamentale: le responsabilità penali si affermano solo su prove pienamente utilizzabili e convincenti. In questo caso, per il collegio di Spoleto, quel livello non è stato raggiunto.