Sono 43, distribuite tra Israele, Iran, Arabia Saudita, Siria, Emirati, Giordania, Iraq e Libano. Valgono complessivamente 4,7 milioni di euro di capitalizzazione. E rappresentano il volto più concreto e meno raccontato di una guerra che dall’altra parte del Mediterraneo arriva dritta nei bilanci delle imprese umbre. A fotografare il legame strutturale tra l’Umbria e il Medio Oriente sono le elaborazioni di InfoCamere aggiornate al 31 dicembre 2025: 43 società partecipate da soci residenti nei Paesi del Golfo e dell’area mediorientale, un dato che rappresenta l’1,1% del totale nazionale. Una percentuale che non suona come un allarme, ma che nel mezzo di una crisi prolungata rischia di trasformarsi in un problema economico ben più ampio.
Perché accanto a quei 4,7 milioni di capitale esposto, c’è un’altra cifra che pesa molto di più: l’export umbro verso il Medio Oriente vale circa 190 milioni di euro all’anno. E se il conflitto si allungasse, avverte Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, “il rischio è un doppio contraccolpo per le imprese, dentro uno scenario internazionale già molto fragile”.

Non è la dimensione a impressionare, ma la distribuzione geografica di questi legami societari. I dati InfoCamere disegnano una mappa precisa: Israele guida con 12 società umbre partecipate, pari al 28,6% del totale regionale. Segue l’Iran con 9 imprese, mentre Arabia Saudita e Siria ne contano 5 ciascuna. Chiudono il quadro Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq e Libano con 3 partecipazioni a testa.
Numeri che in tempo di pace racconterebbero solo storie di integrazione produttiva. In tempo di guerra diventano invece un indicatore di esposizione. Perché la quota media di possesso del capitale nelle imprese partecipate da soci mediorientali non è affatto marginale: a livello nazionale si attesta al 6,9%, ma sale al 62% per il Qatar, al 46% per l’Oman, al 34% per gli Emirati Arabi Uniti. Tradotto: non si tratta di quote simboliche, ma di partnership strutturali, radicate negli assetti proprietari, in grado di condizionare investimenti, strategie industriali e continuità operativa.
Mencaroni lo spiega senza giri di parole: “Le 43 società umbre partecipate da soci residenti nei Paesi del Medio Oriente indicano che l’Umbria non è tra le regioni più esposte su questo fronte. Ciò, però, non significa che un eventuale calo di questi investimenti sarebbe privo di effetti per il nostro sistema produttivo.”
Il vero nodo, però, non è solo il capitale immobilizzato. È quello che viaggia insieme: le merci. L’Umbria esporta verso il Medio Oriente principalmente macchinari, metalli e metallurgia, moda-abbigliamento, alimentari. Cioè l’ossatura del suo sistema manifatturiero. 190 milioni di euro di export che, in caso di crisi prolungata, rischiano di subire una contrazione secca.
Ma c’è un altro fronte, altrettanto insidioso. Un conflitto che si trascina nel tempo spinge quasi sempre in alto i prezzi dell’energia, sconvolge le rotte logistiche, aumenta i premi di rischio e alimenta l’incertezza sui mercati finanziari. Per le imprese umbre questo significa dover gestire contemporaneamente due forze opposte: costi più alti da un lato, minore domanda estera dall’altro.
È la ricetta perfetta per un fenomeno che gli economisti chiamano stagflazione: inflazione alta che convive con una crescita debole o negativa. “Se la guerra dovesse protrarsi”, avverte Mencaroni, “al possibile ridimensionamento delle partecipazioni si aggiungerebbe infatti il rischio di un rallentamento dell’export umbro verso il Medio Oriente. Sarebbe un doppio contraccolpo per le imprese, dentro uno scenario internazionale già molto fragile”.

C’è una tentazione, nel dibattito pubblico, a considerare territori come l’Umbria “periferici” rispetto ai grandi giochi internazionali. Ma i dati InfoCamere raccontano un’altra verità: nessun sistema economico locale, oggi, è davvero periferico. Le 43 società partecipate non sono un’eccezione, ma la spia di un’integrazione profonda che attraversa l’Italia e si manifesta in modo silenzioso negli assetti societari.
“Una crisi prolungata potrebbe colpire la crescita mondiale e spingere diverse economie verso una fase recessiva, con conseguenze rilevanti anche per i territori più dinamici”, sottolinea Mencaroni. Per questo la Camera di Commercio dell’Umbria, insieme alle altre istituzioni territoriali, ha deciso di monitorare la situazione “con la massima attenzione”. L’obiettivo, spiega il presidente, è “farci trovare pronti e contenere, per quanto possibile, l’impatto sulle imprese umbre”.
Non è un allarmismo, ma la consapevolezza che l’economia globale è una rete e che una guerra lontana può arrivare molto vicino: fino ai bilanci di un’impresa di Terni o di Perugia, fino alla capacità di un’azienda umbra di mantenere i propri livelli occupazionali e di investimento.
Le 43 società e i 4,7 milioni di capitalizzazione non rappresentano un’emergenza imminente. Ma rappresentano un campanello d’allarme che, in un contesto geopolitico sempre più incerto, nessuna istituzione responsabile può permettersi di ignorare.