Un post sui social può sembrare poca cosa. Ma in politica, soprattutto quando tocca nodi irrisolti della storia italiana, può trasformarsi in una miccia.
È quanto accaduto a Gubbio dopo l’intervento su Facebook di Francesco Zaccagni, dirigente di punta del Partito Socialista locale, ex consigliere comunale per dieci anni e già consigliere provinciale, che il 19 gennaio, anniversario della morte di Bettino Craxi, ha voluto ricordare l’ex leader del Psi.

«A 26 anni dalla sua scomparsa, Bettino Craxi è sempre più attuale e, purtroppo, sempre più rimpianto. Politica internazionale, riforme, sviluppo economico e giustizia sociale», ha scritto Zaccagni.
Parole che hanno immediatamente scatenato reazioni durissime da parte di esponenti del Partito democratico e della sinistra radicale, accanto ad apprezzamenti provenienti da altri ambienti politici ed ex amministratori.

Come osserva Massimo Boccucci in un articolo pubblicato su Vivo Gubbio, la notizia non sta tanto nel ricordo di Craxi, quanto in ciò che quel post omette completamente.
Nessun riferimento all’epilogo del craxismo.
Nessuna menzione all’annientamento politico del Psi.
Nessuna parola sull’esilio di Hammamet, dove Craxi morì lontano dall’Italia e dove oggi riposa nel cimitero cattolico.
Soprattutto, nessun accenno a chi contribuì a eliminarlo politicamente, trasformandolo nel simbolo unico di un sistema che coinvolgeva l’intero arco parlamentare della Prima Repubblica.
La stagione di Mani Pulite non fu solo giudiziaria. Fu profondamente politica.
Il collasso del pentapartito aprì la strada a un progetto chiaro: spazzare via la classe dirigente precedente per consentire al Pci-Pds, rimasto escluso dal governo nazionale per decenni, di arrivare finalmente al potere.
Quel disegno, tuttavia, si infranse contro un evento imprevisto: la discesa in campo di Silvio Berlusconi, amico personale di Craxi, che con la figlia Stefania ha sempre onorato pubblicamente la memoria del leader socialista.
Un passaggio che impedì al Pds di capitalizzare fino in fondo il terremoto politico-giudiziario.

Secondo l’analisi di Boccucci, e non solo, il paradosso emerge oggi con chiarezza: molti socialisti locali — compreso Zaccagni — hanno scelto negli anni di allearsi proprio con quelle forze politiche considerate allora i “carnefici” di Craxi.
Il Psi nazionale, dopo la fine del suo leader, lasciò libertà alle sezioni locali di stringere alleanze di convenienza, spesso per ottenere qualche rappresentanza o “strapuntino” istituzionale.
Ma ricordare Craxi senza ricordare questa frattura storica appare, oggi, una memoria selettiva.
La memoria di Craxi — scrive Boccucci — non può essere usata come santino da esibire, ma va onorata con la coerenza dei comportamenti, prima ancora che con le parole.
Chi scrive fu testimone diretto di ciò che avvenne davanti all’Hotel Raphael, in Largo Febo, a due passi da Piazza Navona, il 30 aprile 1993.
Quel pomeriggio la piazza era interamente occupata dagli allora “orfani del PCI”, confluiti nel Partito Democratico della Sinistra, che chiedevano a gran voce l’incriminazione di Craxi.
Le urla, gli insulti, il lancio delle monetine sono entrati nella storia. Ma non furono solo monetine.
Con i miei occhi vidi una bottiglia vuota di Johnny Walker infrangersi ai piedi di Craxi. Se lo avesse colpito alla testa, avrebbe potuto provocargli ferite gravissime.
Fu un momento di violenza reale, fisica, non simbolica.
A un certo punto comparve una bandiera della Lega Nord. Immediatamente dalla folla — composta in larga parte da militanti Pds — si levò un coro unanime:
«Via la Lega!»
Era evidente che quella piazza non tollerava concorrenti nella “cacciata” di Craxi. Doveva essere una resa dei conti intestata politicamente, non condivisa.
Craxi uscì dal Raphael protetto dalla scorta, sommerso da urla, minacce, oggetti, insulti. L’auto partì a gran velocità, passando a pochi centimetri da dove mi trovavo.
Quella scena non fu giustizia. Fu umiliazione pubblica.
Oggi, a distanza di oltre trent’anni, quella vicenda continua a dividere. Ma ciò che colpisce è la memoria selettiva della politica.
Si celebra Craxi come riformista, ma si dimentica come fu trattato.
Si condanna la violenza verbale di ieri, ma si tace su quella fisica.
Si invoca la storia, ma la si racconta a metà.
La politica ha la memoria corta, scrive Boccucci, ed è spesso più impegnata nel mercato delle vacche che nella coerenza delle idee.

Ricordare Bettino Craxi è legittimo. Criticarlo lo è altrettanto. Ma strumentalizzarne la memoria, separandola dal contesto reale in cui fu travolto, significa non rendere giustizia né alla storia né alla verità.
La memoria non è un post. È una responsabilità.
E senza onestà storica, ogni anniversario rischia di trasformarsi in una commemorazione vuota, buona solo ad alimentare nuove polemiche e vecchie ipocrisie.