23 Jan, 2026 - 14:30

Commercio umbro, il paradosso occupazionale: più posti di lavoro ma salari più bassi

Commercio umbro, il paradosso occupazionale: più posti di lavoro ma salari più bassi

Un bacino di occupazione più ampio della media nazionale, dove si lavora per più giorni all’anno, eppure il portafoglio, a fine mese, è più leggero. È il paradosso del mercato del lavoro nel commercio umbro, un settore cruciale per la regione che, secondo gli ultimi dati INPS del 2024, impiega quasi 38.000 dipendenti, il 15,9% del totale del privato non agricolo (contro il 14,7% italiano). Una centralità che non si traduce in benessere retributivo. L’analisi, curata dall’AUR - Agenzia Umbria Ricerche e affidata a Elisabetta Tondini, Responsabile dell’Area “Processi e trasformazioni economiche e sociali”, e a Mauro Casavecchia, Dirigente “Processi e politiche dell’innovazione e sviluppo locale”, disegna i contorni di una forbice preoccupante: in Umbria una giornata di lavoro nel commercio vale in media 81,8 euro, il 9,4% in meno dei 90,3 euro della media italiana. Un gap che l’intensità lavorativa – 267 giornate retribuite annue contro 261 – riesce solo a smussare parzialmente.

La penalizzazione salariale dell’Umbria nel commercio è principalmente un problema strutturale di composizione dell’occupazione, spiegano i due ricercatorid ell'AUR. Il cuore della questione sta in uno sbilanciamento della struttura professionale: nella regione, operai e apprendisti costituiscono quasi il 60% degli addetti contro il 48% nazionale, mentre gli impiegati scendono al 39% (49% in Italia). Ancora più marginali le figure apicali: quadri e dirigenti insieme non raggiungono il 2,1% degli occupati. Una fotografia che parla di un tessuto imprenditoriale frammentato, con bassa integrazione e limitata complessità decisionale.

Il divario che cresce con la qualifica: per quadri e dirigenti penalità fino al 40%

Se per operai e apprendisti umbri le retribuzioni annue sono addirittura superiori a quelle nazionali (+6,8% e +6,2%), il quadro si capovolge drasticamente salendo la scala gerarchica. È qui che il differenziale territoriale si fa voragine. Gli impiegati percepiscono meno, ma è sulle spalle dei quadri e dei dirigenti che si scarica il peso maggiore del gap: per i primi, la retribuzione in Umbria è oltre il 40% più bassa rispetto alla media italiana. Un dato che non lascia spazio a interpretazioni: Segnala una scarsa valorizzazione delle competenze manageriali e un ridotto peso delle funzioni strategiche, annotano Casavecchia e Tondini.

Questa configurazione non è un dettaglio, ma il motore principale della debolezza retributiva complessiva. La prevalenza di figure esecutive a basso salario comprime la media, mentre la rarefazione dei ruoli meglio pagati toglie qualsiasi effetto trainante. Il commercio umbro, insomma, sembra intrappolato in un modello a basso valore aggiunto. La conferma arriva guardando ai lavoratori “standard”, quelli a tempo pieno e indeterminato: per loro, lo scarto retributivo medio annuo con l’Italia schizza al -15%, con i quadri e dirigenti ancora più in picchiata. Il gap non è dovuto alla precarietà, ma riflette una minore produttività e una più bassa capacità di generare valore aggiunto anche nel segmento core dell’occupazione, sottolinea lo studio.

Frammentazione aziendale e circolo vizioso: bassa produttività frena la domanda di competenze

L’indagine AUR non si limita a misurare il fenomeno, ne cerca le cause profonde, disegnando un circolo vizioso preoccupante. La frammentazione delle imprese commerciali umbre – spesso micro-realtà a conduzione familiare – e una scarsa cultura manageriale generano processi decisionali semplici e una bassa domanda di competenze qualificate. Questo, a sua volta, mantiene bassa la produttività e la capacità di generare margini, che non consentono a loro volta di investire in professionalità elevate e in salari migliori. Un meccanismo auto-alimentante che rischia di deprimere ulteriormente il settore.

La combinazione di bassi salari, ridotta valorizzazione delle competenze e limitate prospettive di avanzamento rischia di alimentare una selezione avversa”, avvertono i ricercatori. Difficoltà ad attrarre talenti, minore innovazione organizzativa, ulteriore compressione del valore aggiunto: il commercio diventa così non solo lo specchio delle fragilità del mercato del lavoro regionale, ma uno dei motori della loro riproduzione. Persino la maggiore diffusione del contratto a tempo indeterminato, in Umbria, sembra perdere il suo valore protettivo: Appare più come uno strumento di fidelizzazione a basso costo che come un veicolo di valorizzazione del lavoro, si legge nelle considerazioni finali.

Il commercio al dettaglio assorbe il 58% degli addetti in Umbria

Il focus sul commercio al dettaglio, che assorbe il 58% degli addetti dipendenti umbri, conferma e radicalizza il trend. Qui i quadri sono leggermente più presenti, ma le retribuzioni medie annue non raggiungono i 20.000 euro e il divario con il resto d’Italia per i lavoratori standard sfiora il -12%. Un settore, quello della vendita al pubblico, che paga il prezzo più alto di un modello di sviluppo che fatica a evolvere. I dati dell’AUR, numeri alla mano, consegnano alle istituzioni e alle associazioni di categoria una diagnosi precisa: intervenire solo sui contratti o sugli orari non basta. La sfida per il commercio umbro è architettonica, e passa da un ripensamento della sua struttura produttiva e della sua capacità di chiedere e valorizzare competenza.

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Federico Zacaglioni
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