24 Feb, 2026 - 17:45

CNA lancia l'allarme fiscale: in Umbria il conto sale, gli sgravi nazionali svaniscono e le imprese restano al palo

CNA lancia l'allarme fiscale: in Umbria il conto sale, gli sgravi nazionali svaniscono e le imprese restano al palo

La “stangata” fiscale regionale rischia di azzerare gli sforzi del fisco nazionale e di schiacciare soprattutto le imprese più piccole. Tra maxi aumenti dell’Irap, ritocchi all’addizionale Irpef e rincari della Tari, in Umbria il beneficio degli sgravi nazionali viene in larga parte neutralizzato, mentre dal 2026 l’aliquota Irap per le aziende schizza verso il livello massimo, aggravando il conto per chi produce e assume. È in questo contesto che CNA Umbria lancia l’allarme: la pressione fiscale reale, spesso superiore al 50% degli utili, combinata con l’impennata dei costi energetici, degli oneri bancari e delle assicurazioni, sta erodendo margini e voglia di investire, soprattutto tra gli artigiani e le microimprese che vivono del proprio lavoro. Lo studio commissionato al Centro studi Sintesi fotografa due imprese tipo e mostra come, tra tasse locali e costi fissi, il “taglio” Irpef sia stato ampiamente riassorbito, lasciando le aziende al punto di partenza, se non peggio.

Per una piccola officina meccanica di Perugia o una manifattura tessile di Terni, il 2026 non si preannuncia come l’anno della svolta. Mentre il governo sbandiera la riduzione del cuneo fiscale, in Umbria si consuma un paradosso tutto locale: la leva fiscale regionale sta per colpire duro, azzerando di fatto i benefici arrivati da Roma. Il combinato disposto tra l’aumento dell'Irap, che dal prossimo anno salirà fino all'aliquota massima del 3,9%, e gli incrementi registrati su Tari e addizionale Irpef, rischia di trasformare il 2026 in un vero e proprio annus horribilis per il tessuto produttivo umbro.

L'istantanea della situazione di CNA Umbria: nonostante gli sgravi casse sempre più vuote

La fotografia scattata da CNA Umbria è impietosa. Per rendere l’idea, l’associazione ha messo a confronto due aziende tipo: un’officina meccanica artigianale senza dipendenti e una società di persone manifatturiera con quattro dipendenti. Entrambe, pur beneficiando di un lieve calo dell’Irpef nazionale rispetto al 2019, si ritrovano oggi con le casse più vuote di ieri.

Massimiliano Polimanti, responsabile fiscale di CNA, spiega i dettagli dello studio: “La prima tipologia è rappresentata da un’officina meccanica senza dipendenti, con un laboratorio di 70 mq e un autocarro. Su un utile di 35mila euro realizzato nel 2025, l’officina quest’anno pagherà 14.707 euro di tasse. Sono 1.331 euro in meno rispetto al 2019, grazie al calo dell’Irpef. Ma attenzione: nello stesso periodo, questa impresa è andata incontro a un aumento dei costi dell’energia elettrica (+554 euro), del gas (+324 euro), degli oneri bancari (+193 euro) e della RC Auto (+81 euro). Un totale di 1.153 euro che neutralizza e supera il risparmio ottenuto”.

Costi alle stelle e Tari in salita: il risparmio fiscale si dissolve in bolletta

Il caso della seconda azienda, una società di persone attiva nella manifattura con 2 soci, 4 dipendenti e un capannone di 200 mq, è ancora più emblematico. Con un utile di 130mila euro stimato per il 2026, l’impresa dovrà versare all’erario 66.177 euro, appena 2.433 euro in meno rispetto al 2019. Un magro risparmio che, spiega Polimanti, viene polverizzato dall’aumento dei costi energetici (+5.159 euro), del gas (+678 euro) e delle spese bancarie. A peggiorare il quadro, l’incremento dell’addizionale regionale, che da solo vale un esborso aggiuntivo di 828 euro.

Tra i tributi locali, la maglia nera spetta alla Tari. La tassa sui rifiuti ha subito un’impennata superiore al 30%, diventando una voce di costo insostenibile, soprattutto per chi ha capannoni e laboratori. Il risultato è che, per l’imprenditore umbro, la tanto attesa tregua fiscale nazionale si trasforma in una chimera: ogni euro risparmiato sulle tasse viene immediatamente riassorbito da una bolletta più cara o da un balzello locale più salato.

Michele Carloni, presidente di CNA Umbria, non usa giri di parole e offre una chiave di lettura politica del fenomeno: “Sembra che sia in atto un fenomeno speculare: a una diminuzione della tassazione nazionale, a cui probabilmente segue una riduzione dei trasferimenti statali agli enti locali, corrisponde un contemporaneo aumento della tassazione locale. Per l’utente finale non cambia nulla, anzi, aumentano i costi fissi. Il tutto genera uno scoraggiamento della propensione a investire”.

L’effetto Zes e iperammortamento: un aiuto parziale che non basta alle piccole imprese

In questo scenario di stagnazione, le misure di sostegno esistono, ma arrivano a macchia di leopardo. L’introduzione della Zona Economica Speciale (Zes) per 37 comuni umbri è vista come un’opportunità, ma con il fiato corto. Difficilmente, spiegano dalla CNA, potrà essere ampliata prima del 2028. Allo stesso modo, la reintroduzione dell’Iperammortamento premia solo le imprese con utili molto elevati, lasciando a bocca asciutta la stragrande maggioranza delle piccole e medie imprese regionali.

L’appello finale di Carloni è diretto alla giunta regionale. L’obiettivo è trasformare un’emergenza in un’occasione di rilancio. “Noi crediamo che la Regione possa fare molto per sostenerle – conclude il presidente –, utilizzando parte delle risorse derivanti dalla riprogrammazione dei fondi strutturali per attuare misure compensative che ne sostengano gli investimenti. Un ruolo di primo piano deve andare a quelli finalizzati ai processi di internazionalizzazione, vista anche la confusione che regna nei mercati mondiali”.

Per le imprese umbre escluse dalla Zes e per quelle con utili marginali, il 2026 si profila come un anno di fuoco, in cui l’unica certezza sembra essere l’aumento della pressione fiscale locale. E se la voglia di investire viene meno, a rimetterci non saranno solo i bilanci aziendali, ma l’intero sistema economico regionale.

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Federico Zacaglioni
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