A quasi vent’anni dall’omicidio di Meredith Kercher, il caso giudiziario che ha segnato la cronaca italiana e internazionale torna a riaccendere il dibattito pubblico. Questa volta non per una sentenza o un nuovo sviluppo processuale, ma per un video pubblicato sui social che immortala un incontro tanto inatteso quanto simbolico: quello tra Amanda Knox e Giuliano Mignini.
Lei, condannata in primo e secondo grado e poi definitivamente assolta per l’omicidio avvenuto a Perugia nel novembre 2007. Lui, il pubblico ministero oggi in pensione che coordinò le indagini in una delle vicende giudiziarie più controverse degli ultimi decenni. Un faccia a faccia fuori da un’aula di giustizia, lontano dai banchi del tribunale ma ancora carico di tensione e memoria.
Le immagini, registrate tempo fa e rilanciate dall’americana sui propri canali social, mostrano un confronto diretto e personale. Non un dibattito processuale, ma uno scambio di parole che riportano alla luce fratture mai del tutto rimarginate.
"Hai detto un bel po' di cose brutte di me in aula" dice Knox rivolgendosi a Mignini. Un’affermazione che non lascia spazio a fraintendimenti e che richiama le fasi più dure del processo. Poi insiste: "Non ricordi? perché io ricordo..." Lo sguardo fisso, il tono fermo, la volontà di ribadire una versione dei fatti che l’ha accompagnata per anni. E ancora: "Hai detto delle brutte cose... come che dicevo brutte cose a Meredith mentre facevo schiaffi a lei".
Parole pronunciate in italiano, lingua che Knox aveva imparato durante il periodo trascorso a Perugia e che oggi utilizza per sottolineare la distanza tra le accuse di allora e l’assoluzione definitiva arrivata nel 2015.
Dopo la scarcerazione e il ritorno negli Stati Uniti, Amanda Knox ha costruito una nuova narrazione della propria vicenda personale. Tra le iniziative più recenti, la realizzazione di un documentario sul viaggio di rientro in patria. Si intitola Bocca del lupo ed è distribuito da Hulu. Presentandolo sui social, Knox ha spiegato: "Racconta anche del mio incontro faccia a faccia con l'uomo che mi ha mandato in prigione" Un’espressione che sintetizza il punto di vista dell’americana, da sempre ferma nel rivendicare la propria estraneità al delitto.
L’estate del 2022 ha segnato un ulteriore capitolo: Knox è tornata in Italia e ha incontrato nuovamente Mignini. Un incontro che, secondo quanto raccontato, avrebbe aperto un canale di comunicazione tra i due, rimasti poi in contatto. Un dettaglio che aggiunge complessità a una storia spesso letta in chiave di contrapposizione netta.
Per comprendere la portata simbolica di questo confronto, occorre ricordare il percorso professionale di Giuliano Mignini. Nato il 13 aprile 1950, è stato pubblico ministero a Perugia fino al pensionamento nel 2020. Il suo nome è legato non solo all’inchiesta sull’omicidio Kercher, ma anche ad altre indagini di grande risonanza.
Tra queste, la riapertura nel 2001 del caso di Francesco Narducci, medico trovato morto nel lago Trasimeno nel 1985. Mignini trattò il fascicolo come un “cold case”, ipotizzando un possibile omicidio. L’inchiesta si intrecciò con le indagini della procura di Firenze sul cosiddetto Mostro di Firenze, alimentando uno scenario investigativo complesso.
Negli anni successivi furono rinviate a giudizio venti persone per reati indirettamente collegati alla morte di Narducci, tra cui ipotesi di favoreggiamento e depistaggio. Nel 2010 le accuse vennero archiviate principalmente per intervenuta prescrizione. Nel 2008 Mignini fu condannato per abuso d’ufficio insieme al funzionario di polizia Michele Giuttari in un procedimento legato proprio a quell’indagine; entrambi furono assolti in appello nel 2014.
Ma è il caso Meredith Kercher ad aver proiettato Mignini sotto i riflettori internazionali. L’inchiesta del 2007 portò alle accuse contro Rudy Guede, Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Se Guede è stato condannato in via definitiva, le posizioni di Knox e Sollecito hanno conosciuto un lungo percorso giudiziario culminato nell’annullamento senza rinvio delle condanne da parte della Corte di Cassazione il 27 marzo 2015. La sentenza definitiva evidenziò criticità nell’impianto probatorio, in particolare sul versante delle prove scientifiche, segnando la chiusura processuale di una vicenda che aveva diviso opinione pubblica, media e mondo giuridico.