Chi sperava in una tregua sul fronte dei prezzi dovrà ricredersi. In Umbria l’inflazione rallenta ma presenta comunque un conto salato alle famiglie. Gli ultimi dati Istat (luglio 2025) indicano per la regione un tasso annuo del +1,5%, un valore sotto la media nazionale ma sufficiente a erodere i bilanci domestici.
Secondo le stime dell’Unione Nazionale Consumatori, una famiglia umbra tipo spenderà in media 395 euro in più nell’arco di un anno. Terni, con rincari più contenuti, fa meglio di Perugia nella classifica del carovita.
La fotografia dell’Istat per luglio certifica un forte divario territoriale nei rincari. Nel Mezzogiorno l’inflazione viaggia lanciata ben oltre il dato nazionale, mentre nel Centro, Nord-Ovest e Isole cresce meno della media. Il Nord-Est si attesta su valori in linea con il resto del Paese. In questo contesto l’Umbria registra un +1,5% tendenziale, collocandosi a metà classifica nazionale. Il dato regionale risulta leggermente inferiore rispetto all’inflazione italiana, stabilizzata attorno al +1,7% annuo.
La buona notizia è che l’attuale inflazione è lontana dalle fiammate a doppia cifra viste nel 2022, in piena crisi energetica. Ma un tasso più basso non significa prezzi in discesa: i listini continuano a salire, semplicemente a un ritmo più lento. Tradotto: la tanto attesa inversione di rotta nei prezzi al dettaglio ancora non si vede.
Guardando alle città, spicca il primato poco invidiabile di Rimini, che a luglio registra l’inflazione più elevata d’Italia: +2,8% su base annua, quasi una cavalcata dei prezzi. Complice la stagione turistica estiva sulla Riviera romagnola, i listini locali sono schizzati verso l’alto. Padova e Napoli condividono la seconda posizione sul podio dei rincari, seguite da Bolzano. Perugia, con un tasso del +1,8%, figura comunque nei piani alti: è 12ª tra le grandi città monitorate. Da notare che questo valore supera la media regionale umbra, segno di una pressione dei prezzi maggiore nel capoluogo rispetto ai centri minori della regione.
L’Unione Nazionale Consumatori, elaborando i dati territoriali Istat, ha stilato una graduatoria delle città italiane più care in termini di aumento del costo della vita. Non sono considerate solo le metropoli, ma anche centri più piccoli.
In questa classifica Perugia occupa il 20° posto assoluto: l’inflazione annua del +1,8% si traduce, per il capoluogo umbro, in un aggravio medio di 487 euro a famiglia. Terni si colloca invece molto più in basso, al 67° posto, con un’inflazione del +0,9% e circa 244 euro di spesa aggiuntiva. Terni, dunque, batte Perugia sul fronte del caro-vita, con rincari praticamente dimezzati rispetto a quelli patiti nel capoluogo. Il differenziale tra le due città umbre sfiora i 240 euro annui di spesa extra a famiglia.
Il dato ternano, ben al di sotto della media nazionale, dimostra che la città è riuscita a contenere meglio l’aumento dei prezzi. Un’inflazione dello 0,9% significa che, pur con rincari, l’impatto sui bilanci familiari resta più limitato rispetto a molte altre realtà italiane. Anche in questo caso, però, il fenomeno resta da monitorare: i rincari nei settori alimentari e dei servizi essenziali sono comunque presenti e pesano soprattutto sulle famiglie con redditi più bassi.
Le associazioni dei consumatori rimangono in allerta e lanciano l’allarme sui bilanci familiari. Massimiliano Dona, presidente UNC, avverte che la presunta stabilità dell’inflazione è solo un “miraggio”, con una vera e propria stangata in atto su vacanze e beni essenziali. Il Codacons, dal canto suo, calcola che un tasso annuo di inflazione all’1,7% comporti comunque +559 euro di spesa aggiuntiva per una famiglia tipo. Le famiglie umbre, grazie all’inflazione locale più moderata, subiscono in media un impatto leggermente inferiore: circa 395 euro annui di spesa extra invece di oltre 550. Ciò non toglie che il peso resti comunque considerevole. In particolare, i prezzi dei prodotti alimentari e di prima necessità continuano a correre: il “carrello della spesa” segna +3,2% rispetto all’anno scorso, pari a oltre 250 euro annui di esborso solo per cibo e beni quotidiani. Insomma, il tanto atteso calo generale dei prezzi pare ancora rinviato alle calende greche.