L’Umbria non è certo la regione con il gasolio più caro d’Italia, ma per i cinquemila professionisti della strada distribuiti tra Perugia e Terni il dato rischia di essere una magra consolazione. Perché qui, come altrove, l’onda lunga dei rincari non accenna ad arrestarsi: nonostante il taglio temporaneo delle accise varato dal Governo il 18 marzo, i prezzi alla pompa hanno ripreso a correre. Ieri, secondo l’ultima rilevazione del Ministero delle Imprese e del Made in Italy elaborata dal Sole 24 Ore, il diesel self in regione si è attestato a 1,978 euro al litro, appena sotto la media nazionale di 1,985, ma con un rimbalzo di 0,7 centesimi in soli tre giorni. Numeri che, incrociati con le stime dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, disegnano uno scenario pesante per chi di chilometri ne fa un mestiere: dall’inizio del 2026 il prezzo del gasolio è schizzato del 20,9 per cento, pari a 34 centesimi in più al litro. Per un autocarro sotto le 7,5 tonnellate che percorre 120mila chilometri l’anno, l’aggravio sfiora i 12.350 euro annui. In una regione dove le imprese dell’autotrasporto, dei traslochi, dei taxi, degli Ncc, dei bus operator e degli agenti di commercio sono 5.094, il conto comincia a farsi sentire. E il rischio, come avvertono gli artigiani del settore, è che l’aumento dei costi di logistica finisca per scaricarsi, a cascata, sui prezzi finali per famiglie e imprese umbre.

La mappa pubblicata dal Sole 24 Ore sulla base dei dati del Mimit colloca l’Umbria in una posizione intermedia nella graduatoria nazionale dei prezzi del gasolio: meno cara di regioni come Molise o Campania, ma più onerosa di Marche e Friuli Venezia Giulia, che registrano i livelli minimi. Un posizionamento che, sulla carta, potrebbe far pensare a un’esposizione contenuta. E invece, per le imprese umbre che vivono di strada, la sostanza è ben diversa. Perché il prezzo, pur non essendo il più alto in assoluto, continua a salire dopo una breve tregua che molti avevano sperato più lunga.
A fotografare la portata del fenomeno è il Centro studi della CGIA di Mestre, secondo cui al 20 marzo il prezzo medio nazionale del diesel self ha raggiunto 1,978 euro al litro, con un incremento del 20,9 per cento rispetto al 31 dicembre 2025. “Il gasolio incide mediamente per il 30 per cento sui costi operativi delle imprese di trasporto”, si legge nell’analisi della CGIA, che sottolinea come la combinazione di volatilità dei prezzi e margini di settore già compressi ponga un problema di sostenibilità economica strutturale. Da qui la richiesta, avanzata dall’associazione, di un intervento a livello europeo sulla fiscalità energetica, ritenendo insufficienti, se isolate, le misure nazionali di riduzione delle accise.
In Umbria, la percezione di questa fragilità è amplificata dalla conformazione stessa del tessuto produttivo. Non è solo un problema di costo del carburante: è una questione di peso specifico che il trasporto su gomma ha nell’economia locale.
I numeri parlano chiaro. In Umbria le imprese che rientrano nella platea dei cosiddetti professionisti della strada - autotrasporto, servizi di trasloco, taxi e Ncc, bus operator e agenti di commercio - sono complessivamente 5.094. Un dato che, rapportato al totale delle aziende attive nella regione, rappresenta il 6,55 per cento, una quota superiore alla media italiana del 6,09 per cento.
“L’Umbria pesa meno dei grandi sistemi logistici del Nord in termini assoluti”, spiega un’analisi interna al comparto, “ma presenta una specializzazione superiore a quella di molte realtà meridionali”. È il segnale, secondo gli osservatori, di una forte dipendenza della manifattura e dei servizi locali dal trasporto su gomma. Per queste imprese, il caro gasolio non è un fattore congiunturale, ma una variabile strutturale che condiziona le scelte di investimento, la capacità di mantenere competitività nelle gare d’appalto e la possibilità, sempre più difficile, di assorbire i maggiori costi senza trasferirli a valle lungo le filiere.

Se si scende nel dettaglio territoriale, emerge un quadro omogeneo ma con peculiarità diverse. La provincia di Perugia concentra 3.865 imprese dei quattro comparti, a fronte delle 1.229 insediate in provincia di Terni. In rapporto al numero totale di aziende, entrambe le province mostrano una quota quasi identica: 6,51 per cento a Perugia, 6,68 per cento a Terni. Valori che collocano i due territori nella parte alta della graduatoria nazionale per incidenza dei professionisti della strada sul tessuto produttivo.
Il rischio legato alla dinamica del gasolio, insomma, è distribuito in maniera omogenea, ma con effetti diversi. Perugia presenta un’esposizione più ampia in termini di numerosità di imprese coinvolte: l’effetto volume, qui, amplifica la massa di costi aggiuntivi da coprire. La struttura policentrica dell’economia perugina, con una rete diffusa di distretti e servizi di prossimità, rende il trasporto su gomma un elemento connettivo essenziale, ma anche particolarmente vulnerabile.
Terni, invece, mostra una specializzazione ancora leggermente più marcata. Qui il peso della grande industria – dalla siderurgia alla chimica – e della logistica connessa rende la densità percentuale di operatori della mobilità professionale particolarmente sensibile alle oscillazioni del costo del carburante lungo le direttrici di collegamento con il Centro Italia. “Nel ternano”, sottolinea un operatore del settore che preferisce restare anonimo, “il caro gasolio non riguarda solo gli autotrasportatori, ma diventa un tema trasversale per intere filiere, dalla logistica industriale ai servizi urbani”.
L’interazione fra livelli di prezzo e struttura produttiva indica che l’Umbria, pur non figurando tra le regioni con i listini più alti, presenta un’esposizione significativa agli shock sul gasolio. L’aumento del 20,9 per cento del diesel dall’inizio dell’anno, applicato alle migliaia di autocarri, taxi, Ncc e bus locali, implica un trasferimento di reddito potenzialmente rilevante dai margini delle imprese verso la filiera energetica e fiscale.
Nel medio periodo, avvertono gli analisti, se i rincari dovessero consolidarsi, l’effetto potrebbe tradursi in una selezione delle aziende meno capitalizzate, in un aumento delle tariffe di trasporto e in tensioni sui prezzi finali al consumo. Un meccanismo che, in ultima istanza, avrebbe impatto diretto sui bilanci delle famiglie umbre, già messe alla prova da un’inflazione che, pur in calo, continua a mordere sui beni essenziali.
I dati del Mimit e le elaborazioni diffuse dal Sole 24 Ore confermano che il recente taglio delle accise ha prodotto un sollievo solo parziale. Le analisi della CGIA Mestre, dal canto loro, suggeriscono che senza un intervento strutturale sulla tassazione energetica a livello europeo, l’Umbria e le sue due province continueranno a confrontarsi con un differenziale di costo che erode competitività e margini operativi. Per i professionisti della strada umbri, insomma, il chilometro continua a pesare. E non solo sul contatore.