In Umbria l’aumento del gasolio rischia di colpire un sistema logistico già marginale nei grandi flussi nazionali, ma decisivo per industria, agroalimentare e acciaio. Secondo l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, il trasporto merci su gomma in Italia resta concentrato sulle regioni del Nord, che generano il 68 per cento delle tonnellate movimentate, mentre il Centro si ferma al 15 per cento, con il Mezzogiorno ai margini della rete. Dentro questo quadro, una regione di dimensione medio-piccola come l’Umbria vive soprattutto di traffici interregionali, legati ai corridoi che collegano Toscana, Marche e Lazio, senza rientrare tra i grandi assi strutturali del Paese. L’extra costo di quasi il 20 per cento al litro di diesel pesa quindi su imprese spesso sottocapitalizzate e con pochi margini per ribaltare i rincari sui committenti. Il rischio è un ulteriore indebolimento competitivo della piattaforma produttiva umbra.

Il dossier della CGIA (dati Istat 2024) allega un grafico che racconta una verità spesso ignorata. In Umbria, soltanto il 32,7% delle merci trasportate su gomma rimane all’interno della stessa regione. Un valore che è meno della metà della media nazionale del 64,4% e che pone l’Umbria tra le regioni italiane con la minore incidenza di traffico intraregionale, davanti solo a Liguria (23,6%) , Molise (18,9%) e Basilicata (17,8%) . Per capire il divario: in Sardegna il dato sale al 97,1% , in Sicilia all’84,2% .
Cosa significa per un’impresa di autotrasporto con sede a Perugia o Terni? Che la stragrande maggioranza dei suoi viaggi - quasi sette su dieci - supera i confini regionali. I Tir umbri si muovono prevalentemente verso Toscana, Marche, Lazio ed Emilia-Romagna, ma senza la garanzia di trovare un carico di ritorno. “Il traffico merci è sbilanciato - spiega il rapporto CGIA - molti camion scendono dal Nord pieni, ma faticano a trovare merce per il ritorno”. La stessa dinamica, su scala più ridotta, coinvolge l’Umbria nei rapporti con le regioni vicine. E lo squilibrio si traduce in chilometri percorsi a vuoto, che erodono margini già sottili.
Il rincaro del gasolio è stato violento. Secondo la rilevazione Mase citata dalla CGIA, il prezzo medio alla pompa è passato da 1,676 euro al litro (febbraio) a 2,005 euro al litro dopo due mesi di guerra nel Golfo. Un aumento del 20% . Utilizzando la metodologia UNRAE - 752.000 veicoli industriali sopra le 3,5 tonnellate in Italia, percorrenza media di 10.000 km/mese, consumo di 3,3 km/litro - il costo mensile del carburante per ogni Tir è balzato da 5.078 euro a 6.075 euro. L’incremento è di 997 euro al mese, e in due mesi l’extra costo per ciascun mezzo pesante ha raggiunto 1.994 euro.
Proiettando questi numeri sul parco veicoli umbro - stimabile in circa 12.000 unità in proporzione ai dati nazionali - si ottiene un extra costo complessivo di circa 24 milioni di euro in soli due mesi per le imprese di autotrasporto della regione. Una cifra che per le tante piccole aziende a conduzione familiare significa margine operativo azzerato. “Piccoli shock - avverte il dossier - un aumento del diesel, un guasto meccanico importante o un ritardo nei pagamenti, possono erodere completamente il margine”. E con l’Umbria che ha solo il 32,7% di traffico intraregionale, i vettori non possono tamponare il colpo rinunciando ai viaggi lunghi: sono costretti a uscire, a spendere, a incassare tardi.
C’è un altro fronte, segnalato con forza dalla CGIA, che aggrava la crisi dei vettori umbri: i ritardi nei pagamenti. “L’autotrasporto funziona con costi immediati e ricavi differiti - si legge nel rapporto - Il gasolio, i pedaggi autostradali, la manutenzione dei mezzi, le assicurazioni e il personale devono essere pagati subito o a brevissimo termine”. Al contrario, “i tempi di incasso delle fatture possono arrivare anche a 90 o addirittura 120 giorni, soprattutto nei rapporti con grandi committenti”.
Per un vettore umbro che anticipa 6.075 euro al mese per il carburante di un solo Tir, aspettare quattro mesi significa bruciare la liquidità. Lo scorso ottobre, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha emanato una circolare perentoria: i committenti devono rispettare i termini di pagamento, sotto minaccia di sanzioni fino al 10% del fatturato annuo, irrogate dall’Antitrust (AGCM). Ma la prassi, purtroppo trasversale all’intero sistema produttivo italiano, resiste. “La morsa tra l’impennata dei costi del carburante e la carenza di liquidità - conclude il dossier - sta minando la stabilità finanziaria di numerose imprese di autotrasporto”.

Le principali associazioni dell’autotrasporto hanno già proclamato lo stop dei Tir dal 25 al 29 maggio. Mercoledì scorso hanno incontrato il viceministro Edoardo Rixi per chiedere taglio strutturale delle accise (i 20 centesimi introdotti il 19 marzo non hanno retto l’urto), rispetto effettivo dei termini di pagamento e misure di sostegno alla liquidità. La CGIA ricorda che il settore muove ogni anno oltre un miliardo di tonnellate di merci in Italia, con il 97,6% di flussi interni. Fermare i Tir significa fermare il Paese.
Per l’Umbria, regione che viaggia grazie ai suoi corridoi interregionali (solo il 32,7% di traffico interno), un fermo nazionale sarebbe un disastro. Ma anche senza fermo, il caro gasolio già oggi sta mettendo in ginocchio decine di piccole imprese. Il rischio, avverte la CGIA, è un ulteriore indebolimento competitivo della piattaforma produttiva umbra. Il governo ha pochi giorni per rispondere. Altrimenti, dal 25 maggio, anche le strade umbre - dalla E45 alla Flaminia - potrebbero restare silenziose. E quel silenzio, per l’acciaio di Terni, per l’agroalimentare della Valnerina e per i tanti artigiani della regione, avrebbe il sapore amaro di una sconfitta annunciata.