A ventiquattro anni dalla sentenza che lo aveva condannato a otto anni di reclusione per calunnia aggravata, la Corte d’Appello di Perugia ha revocato la condanna inflitta a Vincenzo Scarantino, figura chiave nelle prime ricostruzioni giudiziarie della strage di via D’Amelio, poi rivelatesi parte di un depistaggio.
I giudici hanno accolto l’istanza di revisione presentata dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Vania Giamporcaro, condividendo una richiesta che aveva trovato il consenso anche della Procura Generale. La sentenza cancella così la condanna pronunciata il 27 dicembre 2002 dal giudice per l’udienza preliminare di Roma Renato Croce, chiudendo formalmente un capitolo giudiziario che affonda le proprie radici negli anni immediatamente successivi all’attentato mafioso del 19 luglio 1992, nel quale persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta.
La pronuncia della Corte d’Appello di Perugia si inserisce all’interno di un lungo percorso giudiziario che negli anni ha progressivamente messo in discussione le prime indagini sulla strage di via D’Amelio. Scarantino, piccolo criminale palermitano diventato collaboratore di giustizia, era stato per lungo tempo considerato uno dei principali testimoni dell’accusa nei processi celebrati negli anni Novanta. Le sue dichiarazioni contribuirono infatti a sostenere l’impianto accusatorio delle prime inchieste sulla strage.
Successivamente, però, quelle stesse ricostruzioni si sono rivelate false e inattendibili, fino a essere riconosciute come parte di quello che la magistratura ha definito uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana.
La condanna per calunnia aggravata aveva origine dalle dichiarazioni rese da Scarantino durante il processo d’appello denominato “Borsellino uno”. Il 24 settembre 1998 l’ex collaboratore di giustizia ritrattò infatti le proprie precedenti confessioni, negando il coinvolgimento nella strage e denunciando pressioni e condizionamenti investigativi che avrebbe subito nel corso delle indagini.
In particolare, Scarantino indicò il gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”, guidato dall’allora questore Arnaldo La Barbera, come responsabile delle pressioni che lo avrebbero indotto a sostenere una versione dei fatti non corrispondente alla realtà. Da quella ritrattazione scaturì il procedimento per calunnia che portò alla condanna poi pronunciata nel 2002.
Secondo l’accusa, infatti, le sue dichiarazioni avevano falsamente attribuito responsabilità a magistrati, funzionari di polizia, agenti penitenziari e ad altri soggetti coinvolti nell’inchiesta.
Negli anni successivi, tuttavia, l’intero impianto investigativo costruito attorno alle dichiarazioni di Scarantino è stato progressivamente smontato. Le sentenze che hanno riguardato il cosiddetto depistaggio di via D’Amelio hanno infatti accertato come le prime ricostruzioni investigative fossero viziate da gravi anomalie e abbiano contribuito a indirizzare per anni le indagini lungo una pista rivelatasi infondata.
Particolarmente significativo è stato il procedimento “Borsellino quater”, che ha rappresentato uno dei momenti più importanti nel percorso di accertamento della verità giudiziaria. In quel processo è stata riconosciuta la falsità delle accuse sostenute nelle prime fasi investigative e sono emerse responsabilità che hanno modificato la lettura complessiva della vicenda. Tra gli sviluppi più rilevanti figura anche la condanna di Francesco Andriotta per calunnia aggravata nei confronti dello stesso Scarantino e di altri soggetti coinvolti nelle false ricostruzioni.
Un passaggio che ha contribuito a rafforzare il quadro sul depistaggio e che oggi costituisce uno degli elementi alla base della revisione accolta dalla Corte d’Appello di Perugia.
Dal punto di vista pratico, la pena di otto anni era già stata interamente eseguita. La sentenza prevedeva inoltre una misura di sicurezza della durata di tre anni. La revoca della condanna assume quindi soprattutto un forte significato giuridico, storico e morale.
Non si tratta infatti soltanto di cancellare una pronuncia ormai risalente nel tempo, ma di riconoscere come il contesto processuale all’interno del quale quella sentenza era maturata sia stato radicalmente modificato dalle successive acquisizioni giudiziarie.
Per questo la decisione della Corte d’Appello viene letta come un ulteriore tassello nel lungo percorso di ricostruzione della verità sulla strage di via D’Amelio e sui depistaggi che ne hanno segnato le indagini.
Dopo la decisione dei giudici perugini, si apre ora un nuovo possibile capitolo. La difesa di Scarantino sta infatti valutando la presentazione di una richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. Una possibilità che potrebbe essere percorsa alla luce della revoca della condanna e del mutato quadro processuale emerso negli anni.