Una battaglia legale a tutto campo, combattuta a colpi di ricorsi e memorie, si è conclusa con un responso che farà discutere e che ridisegna i futuri equilibri dello smaltimento dei rifiuti in Umbria. Il Tribunale Amministrativo Regionale ha respinto in blocco l’offensiva giudiziaria lanciata da cinque società del gruppo Acea contro la nuova strategia della Regione Umbria e dell’Autorità regionale sui rifiuti (AURI). Al centro del braccio di ferro, la discarica per rifiuti non pericolosi di Le Crete, a Orvieto, uno snodo impiantistico considerato “minimo” per chiudere il ciclo dei rifiuti della regione. Le società, dall’ex gestore Acea Ambiente alle operatrici della filiera come Tecnoservizi e Cavallari, denunciavano il soffocamento dei loro piani industriali a causa dei nuovi tetti ai conferimenti. Il TAR, però, nella sentenza depositata il 7 febbraio, non ha soltanto chiuso la porta alle loro istanze, ma ha anche sancito con forza il primato della pianificazione pubblica e ambientale sugli interessi dei singoli operatori privati.

Tra la fine del 2024 e l’estate del 2025, la Prima Sezione del TAR Umbria, presieduta dal giudice Pierfrancesco Ungari, si è trovata a esaminare una raffica di cinque ricorsi. A promuoverli, un cordone di società legate al gruppo Acea: Acea Ambiente S.r.l. e Tecnoservizi S.r.l. (entrambe difese dall’avvocato Fabio Elefante), Cavallari S.r.l. e Ferrocart S.r.l. (anche loro rappresentate da Elefante), più la stessa Orvieto Ambiente S.r.l., l’attuale gestore della discarica di Le Crete, rappresentata dall’avvocato Pasquale Cristiano. Di fronte, schierati a difesa delle nuove regole, c’erano la Regione Umbria, assistita dagli avvocati Luca Benci, Anna Rita Gobbo e Luciano Ricci, e AURI, con il suo legale Stefano Colombari.
La contesa ruotava attorno a due delibere. La prima, la n. 51 del dicembre 2024, aveva fissato per il 2025 un tetto complessivo di 180 mila tonnellate di rifiuti smaltibili in discarica in Umbria, riservando a Le Crete solo 52.850 tonnellate, di cui appena 10 mila destinate ai rifiuti speciali, quelli provenienti da attività industriali e commerciali. La seconda, la n. 24 del maggio 2025, pur aumentando leggermente il totale per Orvieto, aveva confermato la strozzatura sulla quota speciali e introdotto un meccanismo asimmetrico: i rifiuti urbani possono “scalzare” spazio a quelli speciali in caso di necessità, ma non è previsto il contrario.
Per le società Acea, abituate a conferire a Le Crete migliaia di tonnellate all’anno di rifiuti speciali - con volumi che, secondo le loro dichiarazioni, potevano toccare le 8 mila tonnellate solo per Tecnoservizi -, quelle nuove regole rappresentavano un terremoto.
L’avvocato Fabio Elefante, patrocinante per quattro di esse, aveva costruito un’impugnazione su due fronti. Da un lato si contestava la competenza di AURI a imporre limiti così stringenti sui rifiuti speciali, specie quelli extraregionali. Dall’altro si sosteneva che il Piano Regionale Gestione Integrata Rifiuti (PRGIR) avesse un valore meramente previsionale, non vincolante.
Dall’altra parte della barricata, gli avvocati della Regione e di AURI ribadivano una priorità non negoziabile: garantire che l’Umbria avesse discariche sufficienti per i propri rifiuti urbani, allungandone il più possibile la vita operativa, in coerenza con gli obiettivi europei di riduzione dello smaltimento a terra. Un conflitto tra esigenze di business e pianificazione di sistema che i giudici hanno ora risolto in modo netto.

Le cinque sentenze, pubblicate in un unico blocco il 7 febbraio 2026 e redatte dalle giudici Daniela Carrarelli (per i ricorsi di Acea Ambiente e Tecnoservizi), Floriana Venera Di Mauro (per Cavallari) ed Elena Daniele (per Ferrocart e Orvieto Ambiente), hanno tracciato una linea chiara. Per quattro società - Acea Ambiente, Tecnoservizi, Cavallari e Ferrocart - il TAR non è nemmeno arrivato a esaminare le ragioni di merito. Il Collegio, infatti, ha dichiarato i loro ricorsi inammissibili per difetto di legittimazione attiva.
La motivazione è tecnica ma dal peso specifico elevato: le delibere di AURI, spiegano i magistrati, regolano i rapporti direttamente con il gestore dell’impianto, Orvieto Ambiente. Le altre società, pur avendo contratti con il gestore, subiscono un pregiudizio solo “per riflesso”, un interesse economico derivato. “Non sono destinatari diretti dei provvedimenti impugnati”, si legge nelle sentenze, e pertanto non hanno titolo per attaccarli in via autonoma. Potrebbero eventualmente intervenire a sostegno di Orvieto Ambiente in un suo ricorso, ma non partire in prima persona.

Ben diverso, e più articolato, il percorso processuale per Orvieto Ambiente. Per la società, il TAR ha ritenuto il ricorso procedente, ma ne ha poi respinto nel merito tutte le censure. Il cuore della motivazione sta nella rilettura del PRGIR. Per i giudici, il Piano Regionale Rifiuti, con le sue tabelle sui flussi attesi fino al 2035, non è un mero documento di scenario. È un atto di pianificazione cogente, che vincola l’operato di AURI e dei gestori. Rispettarne i limiti è condizione indispensabile per centrare gli obiettivi di legge di riduzione del ricorso alla discarica.
In questo quadro, le scelte contestate - la riserva di spazio per i rifiuti urbani del sub-ambito ternano, il meccanismo asimmetrico, il tetto agli extraregionali - vengono giudicate non solo legittime, ma necessarie. Il TAR ricorda che Le Crete è un impianto “minimo”, individuato per garantire un servizio pubblico essenziale: pur essendo di proprietà privata, opera con tariffe calmierate e deve rispondere prima di tutto alle esigenze di sistema della Regione. “La tutela dell’ambiente e della tenuta impiantistica regionale”, scrivono i giudici, “prevalgono sugli interessi concorrenziali dei singoli operatori”.
La sentenza chiude così, almeno in primo grado, una partita cruciale. Per AURI e la Regione Umbria è un via libera autorevole a proseguire sulla strada della stretta, con la discarica di Orvieto chiamata a fare sempre più da “polmone di riserva” per i rifiuti urbani locali.