La violenza giovanile torna a bussare alle porte dell’Umbria e lo fa con modalità che destano allarme, non solo per la brutalità dei fatti ma per l’età dei protagonisti. Quanto accaduto a Bastia Umbra il 14 gennaio scorso, nei pressi della stazione ferroviaria, non può essere archiviato come una semplice rissa tra adolescenti. L’uso di armi improprie, la ferocia dei colpi e le conseguenze sanitarie per alcuni dei ragazzi coinvolti delineano un quadro che richiama da vicino il fenomeno delle cosiddette “baby gang”, sempre più presente anche in contesti territoriali lontani dalle grandi aree metropolitane.
Un episodio che poteva trasformarsi in tragedia e che oggi è al vaglio della Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, mentre le forze dell’ordine lavorano per ricostruire nel dettaglio la dinamica di uno scontro che ha lasciato ferite fisiche e interrogativi sociali profondi.
Secondo quanto riportato da PerugiaToday, la rissa è scoppiata il 14 gennaio nell’area adiacente alla stazione di Bastia Umbra, un luogo di passaggio quotidiano per pendolari, studenti e famiglie. A fronteggiarsi sarebbero stati due gruppi di ragazzi minorenni, tutti di origine straniera, che nel giro di pochi minuti hanno trasformato un confronto verbale in uno scontro fisico di estrema violenza.
Calci, pugni e spintoni sarebbero presto degenerati nell’uso di oggetti contundenti. Tra le armi improprie utilizzate figurano una zappa e un’ascia, strumenti agricoli che nulla hanno a che fare con un contesto urbano e che rendono ancora più inquietante la dinamica dell’episodio. Proprio con un colpo di accetta, sferrato con precisione alla testa, un ragazzo di appena sedici anni sarebbe rimasto gravemente ferito.
Il giovane è stato trasportato d’urgenza in ospedale, dove i medici hanno riscontrato un trauma cranico con sospetta frattura della calotta cranica, oltre alla necessità di applicare diversi punti di sutura. Dopo le cure del caso è stato dimesso, ma resta sotto stretto controllo sanitario. Un quadro clinico che testimonia la pericolosità dello scontro e l’elevato rischio corso dal ragazzo.
Il bilancio dei feriti, tuttavia, non si esaurisce con questo episodio. Un altro coetaneo sarebbe stato colpito alla testa con il manico dell’accetta, perdendo conoscenza a seguito dell’impatto. Altri ragazzi coinvolti avrebbero riportato ferite lievi, tali da non richiedere referti ospedalieri, ma comunque indicative di una violenza diffusa e incontrollata.
La madre del sedicenne ferito ha deciso di presentare denuncia, dando avvio all’iter giudiziario presso il Tribunale per i Minorenni. Nel frattempo, le forze dell’ordine stanno lavorando per chiarire responsabilità individuali, ruoli all’interno dei gruppi e l’esatta sequenza degli eventi, anche attraverso l’analisi di testimonianze e immagini di videosorveglianza.
Il fenomeno delle “baby gang”, inteso come aggregazione spontanea di minorenni che adottano comportamenti aggressivi e spesso criminali, non è più circoscritto alle grandi città del Nord o alle periferie metropolitane.
Negli ultimi anni anche centri di medie dimensioni hanno registrato un aumento di risse, aggressioni e atti intimidatori tra giovanissimi, spesso legati a rivalità territoriali, questioni identitarie o conflitti amplificati dai social network. La presenza di armi improprie segna un ulteriore salto di qualità nella pericolosità di questi episodi, trasformando scontri tra ragazzi in eventi potenzialmente letali.
A preoccupare è soprattutto l’abbassamento dell’età dei protagonisti e la rapidità con cui la violenza esplode. Mancano mediazioni, filtri, figure adulte di riferimento capaci di intervenire prima che la situazione degeneri. In questo vuoto educativo e sociale, la strada, le stazioni e le piazze diventano luoghi di sfogo e affermazione, dove la forza fisica e l’intimidazione assumono un valore simbolico.
Dal punto di vista giuridico, episodi come quello avvenuto a Bastia Umbra rientrano nella competenza del Tribunale per i Minorenni, che opera secondo principi diversi rispetto alla giustizia ordinaria. La responsabilità penale scatta a partire dai 14 anni, ma il sistema minorile privilegia finalità educative e rieducative rispetto a quelle puramente punitive.
In presenza di reati gravi, come lesioni personali aggravate dall’uso di armi improprie, il giudice può disporre misure cautelari, collocamenti in comunità o percorsi di messa alla prova, valutando caso per caso la pericolosità sociale del minore e il contesto familiare di provenienza. La denuncia presentata dalla madre del ragazzo ferito rappresenta il primo passo formale per l’accertamento delle responsabilità penali e civili, mentre le indagini serviranno a stabilire ruoli, intenzionalità e aggravanti.
La legge, in questi casi, non si limita a sanzionare, ma tenta di intervenire su un disagio più profondo, nella consapevolezza che reprimere senza prevenire rischia di lasciare irrisolte le radici di una violenza sempre più precoce.