16 May, 2026 - 13:00

Autotrasporto umbro verso il fermo: 1.100 euro di costi in più al mese, dal 25 maggio mezzi bloccati per cinque giorni

Autotrasporto umbro verso il fermo: 1.100 euro di costi in più al mese, dal 25 maggio mezzi bloccati per cinque giorni

La decisione è già stata presa, le comunicazioni alle Prefetture e alle Questure sono partite in queste ore, e ora lo sguardo delle oltre 1.300 imprese dell’autotrasporto umbro è tutto puntato su una data: venerdì 22 maggio, quando a Palazzo Chigi è stato convocato l’incontro con il governo. Da quell’appuntamento, atteso da mesi e arrivato con un ritardo che gli stessi operatori giudicano insopportabile, dipende l’attuazione del fermo nazionale dei mezzi pesanti proclamato da Unatras – il coordinamento che riunisce le principali sigle del settore – da domenica 25 a giovedì 29 maggio.

Cinque giorni di blocco della logistica su gomma che rischiano di tradursi in un’onda d’urto capace di investire supermercati, stabilimenti e distretti produttivi. Perché se è vero che la mobilitazione nasce da un disagio profondo e ormai cronico delle imprese di trasporto, il prezzo più visibile, nell’immediato, rischia di pagarlo l’intero sistema-Paese: scaffali vuoti, merci ferme nei magazzini, linee di produzione costrette a rallentare per mancanza di componenti e materie prime.

A scandire i tempi e i contenuti di una vertenza che ha ormai superato la soglia della pazienza sono i cinque rappresentanti regionali delle associazioni aderenti a Unatras: Marcello Volpi (presidente di Cna Fita), Stefano Boco (presidente di Confartigianato Trasporti), Matteo Ragnacci (presidente di Legacoop Produzione e Servizi), Vittore Fulvi (presidente di Fai) e Lorenzo Mariani (segretario di Confcooperative Umbria). È un fronte compatto quello che, in una dichiarazione congiunta, non nasconde “rabbia, delusione e preoccupazione per il futuro”.

“Quello del fermo”, spiegano, “è uno scenario che avremmo voluto tutti evitare, che abbiamo soppesato a lungo con grande senso di responsabilità, ma che potrebbe diventare inevitabile di fronte all’escalation del costo del carburante e del lungo silenzio da parte del governo di fronte al nostro grido di allarme”.

La morsa del gasolio e i conti in perdita: ecco perché le imprese umbre non reggono più

Il nodo è presto detto, e si misura in cifre che raccontano una crisi di liquidità ormai strutturale. Ogni mese, per ciascun mezzo pesante, le imprese umbre devono fronteggiare un aggravio di spesa di circa 1.100 euro rispetto ai costi sostenuti prima dell’ultima fiammata dei prezzi energetici. Una montagna di denaro che i padroncini e le piccole e medie aziende del trasporto riescono a trasferire solo in minima parte lungo la filiera, perché i contratti con la committenza spesso non prevedono meccanismi automatici e tempestivi di adeguamento delle tariffe al prezzo del carburante.

Il risultato è una condizione di esercizio cronicamente in perdita, che i pochi interventi tampone varati dal governo nei mesi scorsi – a giudizio dei rappresentanti di categoria – “hanno appena mitigato, come abbiamo denunciato da tempo”. E il peso di questa situazione grava su un comparto che in Umbria conta oltre 1.300 realtà imprenditoriali, in gran parte a conduzione familiare, che rappresentano un anello insostituibile per il sistema industriale e distributivo della regione.

“Si tratta di spese per 1.100 euro in più al mese per ogni mezzo, che creano problemi di liquidità insostenibili”, ribadiscono i presidenti e il segretario regionale, sottolineando come molte aziende stiano operando esclusivamente per onorare le scadenze fiscali e contributive, senza alcun margine di remunerazione.

L’organizzazione del fermo sul territorio umbro ha già preso il via con la trasmissione delle comunicazioni ufficiali a Prefetture, Questure, istituzioni locali e rappresentanze sindacali dei lavoratori. Un passaggio formale ma anche politico, che segnala la determinazione del comparto ad andare fino in fondo, qualora il tavolo convocato a Palazzo Chigi dovesse rivelarsi l’ennesima occasione mancata.

“Se alla fine saremo costretti a lasciare i nostri mezzi fermi per cinque giorni, i disagi saranno enormi per tutti: dal rischio scaffali vuoti per mancata consegna dei prodotti, alle ripercussioni per le filiere produttive, che dipendono fortemente dal trasporto delle merci su gomma”, avvertono i rappresentanti di categoria, consapevoli che un blocco di questa durata avrebbe effetti immediati sulla vita quotidiana dei cittadini e sull’operatività delle imprese.

Le richieste sul tavolo del governo: accise, liquidità e la battaglia per la clausola carburante

La piattaforma rivendicativa che le sigle dell’autotrasporto presenteranno il 22 maggio a Palazzo Chigi è articolata e non si limita a rivendicare ristori emergenziali, per quanto urgenti. Il documento messo a punto da Unatras e condiviso dalle articolazioni regionali chiede innanzitutto la messa a disposizione di risorse adeguate a compensare il mancato recupero delle accise sul gasolio commerciale, un meccanismo che avrebbe dovuto funzionare da ammortizzatore automatico e che invece, denunciano gli autotrasportatori, è rimasto in gran parte inattuato.

A questo si aggiunge la richiesta di una sospensione temporanea dei versamenti contributivi e previdenziali, misura considerata indispensabile per restituire ossigeno alle imprese strozzate dalla crisi di liquidità. Sul piano amministrativo, le associazioni chiedono inoltre la riduzione da 60 a 10 giorni del silenzio-assenso per poter fruire del credito d’imposta sulle accise: un passaggio tecnico che può apparire marginale, ma che per un’impresa che combatte quotidianamente con i flussi di cassa rappresenta la differenza tra potere disporre di un rimborso in tempi ragionevoli e doverlo attendere per due mesi, mentre le bollette e gli stipendi scadono.

“Sebbene convocato con molto ritardo rispetto alle attese”, affermano Volpi, Boco, Ragnacci, Fulvi e Mariani“ci auguriamo che dall’incontro del 22 maggio alla Presidenza del Consiglio dei ministri arrivi la risposta alle nostre legittime richieste”.

Accanto alle misure di emergenza, resta però il nodo di un intervento strutturale che i rappresentanti del settore considerano dirimente per evitare che ogni turbolenza del mercato energetico si trasformi in una crisi di sistema: il rafforzamento della clausola contrattuale di adeguamento della tariffa al costo del carburante. Oggi questa clausola, laddove esiste, viene spesso disapplicata o aggirata, scaricando sul vettore l’intero peso dei rincari. L’obiettivo delle associazioni è renderla vincolante e generalizzata, in modo da distribuire il rischio lungo tutta la catena logistica.

“È arrivato il momento di riconoscere all’autotrasporto il suo ruolo strategico all’interno dell’economia nazionale”, concludono i cinque rappresentanti regionali, “soprattutto in un Paese come l’Italia in cui il 90% della merce viaggia su strada. Non possono essere sempre i trasportatori a pagare il prezzo più alto ad ogni crisi”.

Se il governo risponderà con misure concrete e immediatamente operative, il fermo potrà essere scongiurato o quantomeno ridimensionato. In caso contrario, da domenica 25 maggio l’Italia si sveglierà con migliaia di tir parcheggiati e un sistema logistico costretto a rallentare fino quasi a fermarsi. Con tutto ciò che questo comporta per la tenuta economica di un Paese che proprio sul trasporto su gomma, nel bene e nel male, ha costruito la propria ossatura produttiva.

AUTORE
foto autore
Federico Zacaglioni
condividi sui social
condividi su facebook condividi su x condividi su linkedin condividi su whatsapp
ARTICOLI RECENTI
LEGGI ANCHE