La storia si fa in polvere, talvolta. E poi si ricompone in un gesto, in una processione silenziosa che attraversa i secoli. Domani, nella Basilica inferiore di Assisi, non si celebrerà soltanto un rito. Si scriverà una pagina nuova nel rapporto tra un uomo che volle spogliarsi di tutto e i milioni di pellegrini che, otto secoli dopo, ancora cercano il senso di quella “nudità sulla nuda terra”. Per la prima volta in modo prolungato e pubblico, dal 22 febbraio al 22 marzo 2026, i resti mortali di San Francesco lasceranno la loro teca nella cripta per essere esposti alla venerazione ai piedi dell'altare maggiore. Un mese di tempo sospeso, in cui fedeli e viandanti potranno sostare davanti a ciò che resta del corpo del Santo che chiamò la morte “sorella”.
L'occasione è l'VIII centenario della morte del Poverello (1226-2026), un anniversario che il governo e la comunità francescana si preparano a vivere non come una semplice ricorrenza, ma come un vero e proprio kairós, un tempo opportuno per riannodare i fili di una memoria collettiva. Il via ufficiale alle celebrazioni sarà trasmesso in diretta su Rai1, all'interno del programma A Sua Immagine, con una cerimonia riservata ai frati dei vari Ordini, ma il significato di quel gesto - la traslazione della teca dalla cripta all'altare - travalicherà le mura della Basilica per diventare un appuntamento con la storia.

Ma il centenario non si ferma alla devozione privata. Diventa anche un'occasione istituzionale per ripensare il rapporto tra cultura e fede. A fare da cornice all'evento, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha voluto ricordare che la celebrazione di Francesco è innanzitutto una celebrazione dell'identità italiana.
“Tornerò presto in Umbria”, ha dichiarato Giuli, sottolineando lo sforzo corale che ha portato alla realizzazione di questo percorso. Un impegno che ha già prodotto risultati tangibili, come il recente e delicatissimo intervento sulla quarta vela di Cimabue nella Basilica superiore, devastata dal terremoto del 1997. “Il mondo appare inseparabile nella basilica superiore”, ha commentato il ministro, quasi a voler sancire l'alleanza indissolubile tra l'arte più alta e il messaggio più umile del Santo. Insieme alla presidente del Consiglio, è stata istituita la festa nazionale in onore di Francesco, un gesto che, nelle parole di Giuli, apre una “grande stagione per celebrare Francesco e soprattutto i luoghi francescani e tutto ciò che intorno a quei luoghi in termini di comunità si è sviluppato”.
Non si celebra un reperto, insomma, ma un paesaggio dell'anima fatto di pietre, borghi e persone. Il ministro ha poi annunciato il suo ritorno in Umbria, proprio per seguire da vicino questo "racconto della nostra meravigliosa età", che avrà nei prossimi mesi il suo epicentro proprio nella cittadina serafica.

Dietro l'evento del 21 febbraio, però, c'è una storia fatta di silenzi, di paure medievali e di scoperte rocambolesche. Quella che si apre domani è infatti la prima ostensione prolungata nella storia. In passato, il corpo di San Francesco era stato letteralmente “protetto” dallo sguardo dei fedeli.
Bisogna tornare al 1230, appena quattro anni dopo la morte, quando il corpo fu traslato dalla chiesa di San Giorgio alla nuova Basilica. Per paura dei ladri di reliquie – un traffico fiorentissimo all'epoca – i frati lo nascosero in un punto profondo sotto l'altare maggiore, sigillato da pesanti strutture in pietra e ferro. Un occultamento che durò secoli.
Dovettero passare quasi seicento anni perché quel segreto venisse svelato. Nel 1818, dopo cinquantadue notti di scavi condotti in gran segreto, il sarcofago fu finalmente ritrovato. In quell'occasione i resti furono estratti per una breve verifica scientifica, per poi essere riposti nel sarcofago di pietra che ancora oggi si può vedere. La prima, vera, ricognizione scientifica arrivò invece nel 1978, quando gli studiosi poterono constatare che del corpo restavano solo ossa e cenere. In quell'occasione ci fu un'esposizione nella “Sala del Capitolo” del Sacro Convento, della durata di 18 giorni. Poi, le ispezioni private del 1994 e del 2015, riservate a frati, periti e vescovi.
Oggi, per la prima volta, quel corpo torna alla luce in modo pieno, accessibile a tutti per un mese intero. Come a restituire al mondo quel “minore” che volle essere deposto nudo sulla terra.

Un evento che per i francescani ha il sapore di un ritorno alle origini. Il Custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni, ha voluto sottrarre l'ostensione a qualsiasi lettura devozionale di superficie, riportandola al cuore del messaggio francescano. “Per ogni frate”, ha spiegato, “guardare quelle spoglie sarà come rinnovare la propria promessa di farsi ‘minore’, specchiandosi in quella povertà che ha reso Francesco ricco di Dio”.
Un'interpretazione che va oltre il semplice gesto religioso per farsi monito universale. La “piccolezza” di Francesco, ha aggiunto il Custode, è oggi un messaggio controcorrente, un richiamo forte a riconoscere che “il dono di noi stessi, vissuto in unione con Cristo, è il passaggio verso la pienezza della Vita”.
In quest'ottica, l'ostensione diventa il momento più alto di tutto il percorso dei Centenari francescani, come confermano anche i frati Cappuccini, impegnati nel V Centenario della loro Riforma. “Accogliamo la prossimità fisica con Francesco”, hanno dichiarato, “perché cresca in noi la prossimità al modo con cui ha seguito il Cristo”. Un mese, dal 22 febbraio al 22 marzo del 2026, in cui il pellegrino non sarà chiamato solo a guardare, ma a sostare. A farsi, come Francesco, piccolo davanti al mistero.