In un momento storico in cui le mappe del mondo sembrano ricalcate dai solchi delle trincee e i cieli del Medio Oriente sono solcati da bagliori che nulla hanno di messianico, Assisi torna a essere il baricentro spirituale di una diplomazia dell'anima. La Basilica superiore ha ospitato un evento dal peso specifico enorme: la celebrazione presieduta dall'arcivescovo di Teheran, il Cardinale Dominique Mathieu.
L'occasione è solenne, inserita nelle celebrazioni per l'ottocentenario della morte di San Francesco, ma il contesto ha trasformato la liturgia in un manifesto geopolitico e spirituale. La presenza di un porporato che vive quotidianamente nel cuore pulsante e complesso dell'Iran, giunto a venerare le spoglie del Santo, ha creato un ponte ideale tra la Porziuncola e le terre martoriate dai conflitti attuali. Non è stata solo una memoria liturgica, ma un'invocazione lanciata da chi la guerra e le tensioni le osserva da una prospettiva privilegiata e dolorosa.
Il Cardinale Mathieu ha tracciato un parallelo potente tra il XIII secolo e la nostra modernità liquida e violenta. San Francesco, ha ricordato il porporato, non fu un sognatore ingenuo, ma un uomo che conobbe il fango della prigionia e il rumore delle armi prima di abbracciare "Madonna Povertà". Il messaggio centrale dell'omelia è stato un imperativo che risuona come un monito per i potenti della Terra: "Solo Dio può dare la pace, disarmiamo i cuori".
Questa frase non è un esercizio di retorica, ma una diagnosi profonda dei mali contemporanei. Mathieu ha sottolineato come la pace non sia un trattato firmato a tavolino, ma un processo di sminamento interiore. Ricordando l'approccio del Santo, capace di dialogare con il sultano al-Malik al-Kamil mentre le crociate insanguinavano il Mediterraneo, il Cardinale ha evidenziato come Francesco incarni una pace multidimensionale: "interiore, comunitaria, sociale, ecologica e non violenta".
L'arcivescovo ha poi voluto dare un significato nuovo a una formula spesso abusata, elevandola a invocazione per le vittime di ogni latitudine: "Riposa in pace non è un augurio banale, ma un grido del cuore cristiano". È una preghiera che chiede il silenzio delle armi affinché l’uomo possa finalmente scorgere, "al di là dei tumulti della terra", quell'armonia che trascende gli interessi nazionalistici e ideologici.
L'analisi di Mathieu si è poi spostata sul piano dell'impegno civile e quotidiano, attualizzando il magistero di Papa Francesco attraverso la lente del carisma assisano. La pace, nella visione del Cardinale di Teheran, non è un'utopia escatologica, ma un cantiere aperto che richiede operai coraggiosi. "Nel nostro mondo di oggi, tra guerre lontane, divisioni familiari e crisi, la pace non è un orizzonte lontano", ha ammonito, descrivendola invece come una costruzione quotidiana fatta di "preghiera, perdono e giustizia".
Il richiamo alla giustizia sociale e alla cura del creato è stato netto. In un’epoca di crisi climatica e disuguaglianze feroci, il porporato ha esortato i fedeli a vivere una "pace ecologica e sociale", rifiutando categoricamente ogni forma di prevaricazione, inclusa quella violenza verbale che sempre più spesso avvelena il dibattito pubblico e le relazioni interpersonali. L'invito è a recuperare la forza rivoluzionaria del saluto francescano: "Il Signore ti dia la pace", non come rito stanco, ma come impegno a sostenere gli emarginati e a ricucire gli strappi del tessuto sociale.
In conclusione, la visita alle reliquie del Santo non è stata interpretata come un pellegrinaggio nostalgico verso una tomba, ma come una "testimonianza di resurrezione". Il messaggio finale lasciato dal Cardinale Mathieu tra le navate di Assisi è un mandato missionario che scuote le coscienze: "Andiamo dunque, portatori di pace, ad annunciare: pace a questa casa". Un annuncio che, partendo dall'Umbria, punta dritto al cuore dei conflitti mediorientali e globali, ricordando che la pace o è per tutti, o non sarà per nessuno.