07 Jan, 2026 - 16:30

Da obblighi di firma agli arresti domiciliari: la stretta della magistratura sul 20enne di Umbertide accusato di aver bruciato auto per vendetta

Da obblighi di firma agli arresti domiciliari: la stretta della magistratura sul 20enne di Umbertide accusato di aver bruciato auto per vendetta

Un anno tra auto che bruciano nella notte e indagini sottotraccia, fino alla stretta della magistratura: per il 20enne di Umbertide accusato di aver appiccato due incendi dolosi a vetture in sosta, tra giugno 2024 e aprile 2025, l’obbligo di firma e il rientro notturno non bastano più. Dopo le ripetute violazioni segnalate dai carabinieri, il GIP di Perugia ha inasprito la misura cautelare, trasformando quelle prescrizioni in arresti domiciliari con l’ordinanza del 7 gennaio 2026. Una escalation giudiziaria che affonda le radici in un rancore personale e in prove diventate, per gli investigatori, inconfutabili.

La prima fiamma divampa nel cuore della notte del giugno 2024, in una via silenziosa di Umbertide. Un’auto prende fuoco, divorata in pochi minuti. Non è un incidente, ma un gesto preciso, calcolato. Il veicolo appartiene al padre della sua ex fidanzata. A distanza di mesi, nell’aprile 2025, la scena si ripete: un’altra vettura, parcheggiata non lontano, viene ridotta a un rottame fumante. Questa volta è l’auto del compagno della madre della ragazza, veicolo utilizzato principalmente dalla donna stessa. In entrambi i casi, le fiamme non risparmiano i mezzi vicini, lasciando sul selciato non solo il segno del fuoco, ma anche quello di una rabbia che non si placa.

Il filo delle prove: dalla bottiglia alla pompa di benzina fino ai vestiti ritrovati in casa

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Per settimane, i due episodi sembrano distinti, due brutti fatti di cronaca locale. Ma i Carabinieri della Stazione di Umbertide non archiviano il caso. A colpirli sono le modalità identiche: in entrambi i roghi viene utilizzato un liquido infiammabile. L’indagine prende una svolta decisiva grazie alle telecamere di una pompa di benzina vicina al luogo del secondo incendio. Le immagini, risalenti alla serata del fatto, sono inequivocabili: “riprendono un giovane a piedi che, con volto travisato, riempie una bottiglia di plastica al self service”, si legge nel comunicato della Procura del 30 dicembre 2025.

Il particolare è cruciale, ma non basta. I militari, infatti, riescono a riconoscere il soggetto per le sue fattezze fisiche, trattandosi di una persona già nota per pregresse attività investigative. È il 20enne di Umbertide. Sulla base di questo riscontro, la Procura ottiene e dispone una perquisizione domiciliare. Ed è lì che il quadro probatorio si consolida: nella sua abitazione vengono ritrovati i capi di abbigliamento indossati quella sera alla pompa di benzina. Una prova materiale che si somma al movente.

La confessione all’ex e il silenzio in interrogatorio: il duplice volto dell’indagato

A questo elemento fortemente indiziario si unisce la testimonianza chiave della ex fidanzata. La ragazza conferma agli investigatori che il giovane aveva esplicitamente rivendicato di essere l'autore del primo incendio. Spiega anche le possibili ragioni del secondo episodio, collegandolo alla rottura del loro rapporto e a un astio personale del ragazzo verso il padre di lei. Il movente, da ipotesi, diventa certezza investigativa: una vendetta trasversale che colpisce i riferimenti familiari della ex compagna.

Con questo bagaglio probatorio, il Giudice per le Indagini Preliminari di Perugia dispone la prima misura cautelare in data 30 dicembre 2025: obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria e permanenza notturna obbligatoria in casa. Una decisione presa dopo aver sottoposto il giovane a interrogatorio, come previsto dalla “riforma Nordio”. In quell’occasione, l’indagato scelse di avvalersi della facoltà di non rispondere. Il GIP valutò comunque i gravi indizi di colpevolezza e i precedenti penali del ventenne, nonostante la giovane età, come sufficienti per l’applicazione di una misura restrittiva.

Dalla trasgressione alla cella domestica: la misura che non ha retto

Quella misura, però, si rivela presto un confine troppo labile. I Carabinieri, incaricati della vigilanza, accertano che il giovane viola ripetutamente gli obblighi imposti. Non si tratta di semplice distrazione, ma di un comportamento che mina l’autorità del provvedimento e suggerisce una pericolosità sociale non sopita. I militari riferiscono tutto al Procuratore della Repubblica.

È la base per la richiesta di un inasprimento. Il GIP, con una nuova ordinanza datata 7 gennaio 2026, accoglie l’istanza della Procura. Le semplici prescrizioni sono state inefficaci. Alla luce della gravità dei fatti – due danneggiamenti seguiti da incendio con potenziale lesivo altissimo – e della condotta successiva dell’indagato, il giudice dispone la misura più afflittiva degli arresti domiciliari.

La vicenda giudiziaria è tutt’altro che chiusa. Il giovane dovrà ora rispondere in un processo per un reato che prevede pene severissime. La sua difesa si giocherà sulle prove raccolte: un video, una bottiglia, dei vestiti e le parole di un’ex fidanzata da una parte; il silenzio scelto in interrogatorio dall’altra.

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Federico Zacaglioni
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