Andrea Prospero poteva essere salvato. È questo il passaggio più pesante emerso nell’ultima udienza davanti alla Corte d’Assise di Perugia sul suicidio del diciannovenne di Lanciano, trovato morto nel gennaio 2025 in un bed and breakfast del centro storico. In aula il medico legale Sergio Scalise ha spiegato che il ragazzo è deceduto per una depressione cardiorespiratoria acuta, provocata dall’assunzione combinata di benzodiazepine e ossicodone, ma ha anche chiarito che un intervento dei sanitari nelle ore successive all’ingestione dei farmaci avrebbe potuto ribaltare l’esito. Secondo i consulenti, la morte sarebbe avvenuta entro quattro-cinque ore dall’assunzione delle pasticche, mentre otto compresse di ossicodone sono state rinvenute nel corpo del giovane e venti compresse di ansiolitico risultavano mancanti dal blister accanto al letto. In aula, di fronte alle foto del ritrovamento, i familiari sono crollati, tra malori e lacrime.
La domanda che ha scosso l’aula degli Affreschi è stata posta dal pubblico ministero direttamente a Scalise: “Se Andrea fosse stato soccorso anche solo mezz’ora dopo l’assunzione, si sarebbe potuto salvare?” La risposta è stata secca e senza margini di interpretazione: sì. Un sì che pesa come un macigno sulla coscienza di coloro che, secondo l’accusa, avrebbero potuto fare qualcosa e non l’hanno fatto. Perché il processo non è solo per ricostruire la morte del ragazzo, ma per accertare eventuali responsabilità penali. Sul banco degli imputati siede un giovane romano accusato di istigazione o aiuto al suicidio.

Secondo quanto ricostruito da Scalise e dal biologo forense Andrea Lazzarini, ascoltato anch’egli in aula, Andrea Prospero non ha avuto un attimo di esitazione. I farmaci sono stati ingeriti “in maniera veloce” e in successione temporale ravvicinata. Lo ha confermato il medico legale: “Ha ingerito una grossa quantità di farmaci”. Una quantità tale da bloccare in poche ore il respiro e il battito cardiaco. La combinazione di benzodiazepine e ossicodone - un oppioide potente - ha prodotto una sinergia letale. L’ossicodone da solo è già un farmaco ad alto rischio se assunto senza controllo medico; mescolato con ansiolitici diventa una bomba a orologeria.
Otto compresse di ossicodone sono state trovate all’interno del corpo di Andrea durante l’autopsia. Venti quelle di Xanax - il popolare ansiolitico a base di alprazolam - che mancavano dal blister vuoto rinvenuto accanto al cadavere. Un numero impressionante per un ragazzo di diciannove anni, magro, senza particolari patologie certificate. Numeri che parlano di un’intenzionalità drammatica, ma anche di una finestra temporale - quelle quattro-cinque ore - in cui qualcuno avrebbe potuto ancora intervenire.
Scalise ha inoltre confermato che la morte dello studente può essere fatta risalire con certezza al giorno della scomparsa, il 24 gennaio 2025. Lo dimostra anche lo stato di decomposizione del corpo, rinvenuto cinque giorni dopo nell’appartamento del centro storico di Perugia. Andrea sarebbe morto nella stessa posizione in cui è stato trovato: semidisteso sul letto, riverso sopra il computer, davanti al quale avrebbe trascorso gli ultimi istanti di vita chattando con l’imputato. Un dettaglio che la procura sta vagliando con attenzione: cosa si sono detti in quelle ore? C’è stato un incoraggiamento, un aiuto, un silenzio complice?
L’udienza di oggi è stata straziante. La famiglia della vittima era presente in aula con il padre, la madre, la sorella gemella e il fratello minore. Quest’ultimo, cardiopatico e sottoposto a trapianto di cuore, non ha retto all’emozione. A un certo punto si è alzato e ha perso i sensi, cadendo a terra. I sanitari lo hanno subito soccorso e, dopo essersi ripreso, è stato accompagnato fuori dall’aula insieme alla madre. Sono rimasti invece seduti poco dietro all’imputato - a pochi metri da lui - il padre e la sorella di Andrea Prospero, in lacrime e abbracciati.
A spezzarli definitivamente sono state le fotografie scattate dagli investigatori al momento del ritrovamento. Il pubblico ministero le ha fatte scorrere una a una. L’appartamento in penombra. Il corpo del ragazzo sul letto con pantaloni grigi e felpa nera con il cappuccio ancora indossato. Gli occhiali accanto alla mano. Il blister vuoto dei medicinali. Il computer acceso o in standby. I telefoni cellulari. Una bottiglia d’acqua. E poi il cadavere, ormai segnato dal tempo, in quello stesso stato di decomposizione che ha permesso ai medici legali di datare il decesso.

Altre immagini hanno mostrato particelli inquietanti: una corda ritrovata in bagno, a terra sotto il lavandino; il telefono e le schede telefoniche gettati nel water; una busta con rifiuti; bottiglie di plastica; una confezione vuota di patatine, probabilmente tra le ultime cose consumate prima della morte. Piccoli dettagli quotidiani che rendono ancora più atroce lo scenario. Quel letto, quel computer, quelle patatine: la vita di un diciannovenne interrotta da una scelta estrema, ma forse - ed è il punto che farà discutere nei prossimi mesi - ancora evitabile.
Il processo proseguirà l’11 giugno, quando saranno ascoltati gli investigatori della polizia postale. Dovranno chiarire il contenuto delle chat tra Andrea Prospero e l’imputato, e capire se ci siano stati messaggi, video o telefonate che possano configurare il reato di istigazione o aiuto al suicidio. Una parola, un consiglio, un “fai pure” potrebbe fare la differenza tra una condanna e un’assoluzione. Intanto, la famiglia del ragazzo di Lanciano aspetta giustizia, stretta attorno al ricordo di un figlio che - ne sono convinti i periti - avrebbe ancora potuto avere una chance.