Il 20 giugno 2024 segna una data simbolica: ottant’anni dall’eccidio dei Quaranta Martiri di Gubbio, avvenuto il 22 giugno 1944. Un evento che ha inciso in modo irreversibile nella storia cittadina e nella vita di decine di famiglie, lasciando una ferita che il tempo non ha mai davvero rimarginato.
Azionando idealmente la leva della memoria, si torna a un giorno che cambiò per sempre il destino di quaranta uomini e di un’intera comunità. Un fatto che, forse, nemmeno chi lo compì poteva immaginare avrebbe lasciato una traccia così lunga, profonda e divisiva.

Sul piano storico, l’eccidio è stato ampiamente studiato. Libri, indagini, archivi e ricostruzioni hanno consegnato ai posteri i fatti, le responsabilità e il contesto.
Nel 2024 è stato presentato alla Biblioteca Sperelliana il volume dello storico eugubino Giancarlo Pellegrini, 1944. Violenze e stragi nazifasciste nell’eugubino gualdese, che segue il lavoro fondamentale scritto con Luciana Brunelli, Una strage archiviata. Gubbio 22-06-1944.
Ma accanto alla storia scritta, resta quella che non compare nei documenti: la dimensione emotiva, familiare, umana.
A ricordarlo è Sauro Scarabotta, chef eugubino emigrato a San Paolo del Brasile ma legato da un vincolo profondo e mai spezzato alla sua città d’origine.
Discendente di Enrico Scarabotta, uno dei quaranta martiri, Sauro appartiene alla seconda generazione di familiari. Oggi esiste perfino una quarta generazione: figli e nipoti cresciuti a ottant’anni di distanza da quel giorno.

Nella sua riflessione, Scarabotta chiarisce subito l’intento:
«Scrivo con una sola intenzione: non polemica, non giudizio, ma una necessità personale di chiarezza».
Una chiarezza che nasce dal bisogno di comprendere, non solo di ricordare.
Secondo Scarabotta, la ferita dei 40 Martiri continua a dividere Gubbio.
«La città continua a essere divisa. Lo è sul piano politico, come su quello commemorativo», scrive, sottolineando come spesso si resti ancorati a una dimensione esclusivamente religiosa o vittimistica.
C’è chi vive quei giorni come lutto assoluto.
Chi li ignora.
Chi abbassa le serrande a metà.
Chi celebra un matrimonio.
Chi non sa.
Chi non vuole sapere.
E ognuno è convinto che l’errore sia sempre dell’altro.

Il punto centrale della riflessione è netto:
«Il grande buco nero della nostra storia non è la mancanza di memoria, ma la mancanza di comprensione».
Ricordiamo, ma non impariamo. Celebriamo, ma non spieghiamo.
Secondo Scarabotta, senza una lettura laica, educativa e aperta, la memoria rischia di diventare rituale, incapace di parlare alle nuove generazioni e di trasformarsi in vero insegnamento civile.
«Le ferite vanno curate, non semplicemente coperte», scrive. Perché ferite non elaborate generano rancore, stanchezza e disimpegno.
A questa riflessione si aggiunge un fatto recente, di grande rilievo simbolico e giuridico.
Il Tribunale Civile di Perugia ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale a due fratelli eugubini, nipoti di una delle vittime dell’eccidio.
Il procedimento, seguito dall’avvocato Piero Pieri e dal suo staff, rientra nell’ambito del Fondo istituito dallo Stato per le vittime dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal Terzo Reich.
È l’unica famiglia, tra quelle delle quaranta vittime, ad aver intrapreso l’azione giudiziaria.

La sentenza rappresenta un importante riconoscimento morale e giuridico, non solo per i familiari, ma per l’intera comunità.
Ma, come sottolinea Scarabotta, non basta.
Il nodo vero non è soltanto giuridico. È culturale e umano. Nessun risarcimento può colmare il vuoto di una vita spezzata, né sanare da solo una frattura collettiva lunga ottant’anni.
Ottant’anni dopo, la memoria dei Quaranta Martiri resta una responsabilità comune. Non per dividere, ma per capire.
«Forse insieme potremmo esercitare un po’ di elasticità di pensiero», scrive Scarabotta, lanciando un appello che non chiede adesioni ideologiche, ma ascolto.
Perché la vita, finché dura, continua a insegnare.
E solo comprendendo davvero il passato si può sperare di non ricadere, ancora una volta, negli stessi errori.